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C’è un peso originario quasi indicibile, una separazione che precede la parola e separa i sensi.
Il simbolo è unificante, muove in un processo che unisce, che mira all’unità e che in virtù di questa unità illumina la complessità e l’energia dei sensi, è la clessidra del mondo, dove dal molteplice si passa all’uno e dall’uno si rovescia il molteplice.

Esiste poi un luogo comune profondamente radicato nella storia della cultura ed è quello che riguarda la natura diabolica deI teatro, la natura diabolica o duplica del teatro.
Quale doppio parla il teatro? quale contiguità genera continuamente l’oscillazione tra symbolon e diabolon, tra simbolica e diàbolica del teatro?

E’ forse ancora nella relazione alchemica, nella formula, nel come in alto così in basso, vecchia cara pratica dal micro al macro, come in cielo così in terra.
Ma l’alchmia , come il teatro., non è trascendenza, non è un atto metafisico della volontà; bensì è la pratica di un’anima che vuole essere degna di un corpo.
E’ il percorso ostinato in ogni rivolo della materia, in un continuo interrogarsi, degli elementi che giungono nel movimento a mutarsi.
Ma anche noi non siamo allo stesso modo talvolta occupati nel ‘mondo dei corpi’, talaltra in quello degli ‘spiriti’ , e tutta la nostra filosofia non è eternamente in cerca della formula che possa assorbire la loro differenza, comporre due diversità, due ‘tempi’, due modi di trasformazione, due generi di ‘forze’, due tavole di permanenze, che si mostrano tanto più distinte, sebbene tanto più intrecciate, quanto più le si osserva con cura?
(Valery, All’inizio era la favola)

Questa è la conchiglia di Valery, questo è il destino del teatro, l’intima e insondabile energia che muove continuamente il doppio del teatro, perché è due il principio della vita, non nella riduzione ad uno; a1l’unità, al reale, bensì l’esistenza inscindibile del due, la c6ppia vitale, la copula, le coupable, il principio femminile e maschile. C’è racchiuso nella mano - da sempre - il destino scritto. La chiromanzia è una delle metafore più laceranti nella vita di Valery, una delle ultime illuminazioni , forse la più definitiva.

La ucronia si addensa in questo percorso temporale delle linee della mano.
Nel medesimo istante nel nostro pugno si rapprende tutto il nostro scorrere, il nostro destino, il destino della tragedia. Perché? Perché essere convinti, mollemente convinti, della netta separazione tra irrappresentabile e ineffabile?
Esiste un corpo della tragedia, esiste un corpo tragico, il corpo è tragico, istante che unisce il sacerdote alla vittima, il carnefice all’ostia, istante unico che muove dall’anafora.
Vi è qualcosa di ultimativo -continuamente - , di perentorio.

La vita viene indicata.

Il teatro dei viventi. Così chiamiamo le forme che nella vita vivono la vita, che muovono dalla morte della morte, dall’abisso dell’ abisso.
Il teatro dei viventi, non può che essere nei corpi di chi vive, nella sua costitutiva jetz-zeit.
In questa irrevocabilità, nell’istante della rivoluzione che muove sommuove commuove emoziona della comunione.
Il simbolo è la comunione, principio motore Zenico, androginia del la vita e dell’energia, tantrica forma ed essenza.

Quale durata ha il teatro, quale durata ha il simbolo? Quale essenza si muove indecisa tra le piccole forme, ulteriore dell’attimo, istante ultimo, indecisione del fluire, modesta persistenza della vita.

Nel pugno serrato Valery conteneva il proprio destino, e dalla chiromanzia che tra sé e sé sii scioglie si sceglieva lo scorrere, il succedere degli eventi, ma quella mano serrata generava il mischiamento del succedersi di vita, amore, morte, sensualità, carattere e destino procedevano spediti, quella mano serrata ora produceva nuove linee nel portare punti diversi delle dita attorno ad una penna, attorno allo scrivere dell’essere scrivente, generava - inesorabili - una inquietante ombra sul foglio, gettava un ombra sul proprio scrivere.
Ecco potremmo noi - ora, qui - scegliere di chiudere il nostro pugno ed indicare, portare il nostro indice verso le parole scritte, nell’atto che la mano compie per leggere, nel ricordo di quell’atto della mano che segna le nostre prime letture, in quel periodo della nostra vita dove la lettera viene da sé a interrogarsi e a coincidere con la domanda, col domandarsi, col domandare incessante, vero è mai strozzato.
Con il dito leggere e un’altra ombra sul foglio gettare. E un altro pugno si trova così a mischiare le lettere e le linee che nella mano dicono del destino nostro.
Cospirare nel mischiamento dei destini, comunione dei sensi, parola che risorge a noi, in noi, atto di redenzione dei nostri destini, comunione rivoluzionaria nella comunità di chi comunità non ha

di Fabio Tolledi. 1996

 
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