Non è vero, come un detto comune tende a farci credere, che dopo una grande ubriacatura non ci si ricorda più niente. Tutte balle; ci si ricorda e come. E guardate, compagni, che questa affermazione è mia, come dire che è farina del mio sacco; la garantisco io, ubriacone per eccellenza, grande e inesauribile bevitore e tracannatore di vini e birre e liquori di tutti i tipi; e tutte, insomma, cose che brucino un po’ lo stomaco, che mi facciano girare la testa; che poi mi invoglino a vomitare e maledire anche mia madre e tutti i coltivatori di viti messi insieme.
Ci si ricorda di tutto, eccome, però qualche volta capita che ti ricordi di avere fatto ciò che si dice una cazzata e allora, ma solo in questi casi, è meglio fare finta di dimenticare... "chi? mì? ma te se matt? eri ciucch, sì, però l’è impusibil che proprii mì1 abbia fatto una cosa simile... proprio io, poi, dài, te me cunuset,2 no?..." e svicoli, come si suole dire. Io, però, le mie ubriacature me le ricordo tutte. O quasi tutte. E il quasi sta a significare che ero ancora un poco in sentore. Vuole dire abbastanza lucido. A me il vino piace, ah, dimenticavo: in vino veritas, e questo è vero. L’alcol, almeno per il momento, ti toglie tutte le autorepressioni; se non altro perché ti tira scemo, e a volte ti fa dire anche le cose giuste che non avresti mai il coraggio di esprimere da lucido. L’alcol ti fa affrontare il nemico di cui hai sempre avuto paura. Oppure ti fa capire, dando perlomeno una giustificazione, la gente verso cui provi solo del disprezzo... e cose così, insomma... ma sentite quello che ho da dirvi visto che in questo momento non connetto... sentite questa: tentò una evasione e la studiò nei minimi particolari... doveva evadere dalle "lavorazioni" del III Raggio, a San Vittore, prigione di Milano... decise che si sarebbe rinchiuso, complice e con l’aiuto di qualche suo compagno di sventura, in una grossa cassa di legno usata abitualmente per portare fuori gli interruttori – opera del lavoro dei detenuti – da quella lavorazione. E di conseguenza fuori da San Vittore.
E l’idea era buona, tanto è vero che, in un lontano futuro, fu sfruttata con successo da un altro carcerato, ma lui, prima di calarsi nella cassa e farsi inchiodare... vuoi per l’emozione, vuoi per la lunga attesa che lo avrebbe aspettato, si scolò un paio di litri di vino e si mise nella cassa e io mi misi d’impegno a inchiodare per bene la cassa; io non me ne andai via in quel modo, o perlomeno manco ci provai, visto che tra pochi giorni finiva la mia condanna. Insomma sarei uscito in via del tutto ufficiale. E quando la cassa fu ben chiusa la si piazzò tra le altre casse e alla sera incominciarono a caricarle sul camion, e, sapete com’è, mica c’era scritto "fragile" su quelle casse, e i caricatori gettavano (si fa per dire), così, senza tanti riguardi, le casse sul camion, e quando capitò la cassa in cui era ospitato il mio amico si accorsero che pesava un po’ più delle altre e allora il più intelligente del gruppo, che ero io, spiegò che se la cassa pesava così tanto era perché, forse, era un po’ più carica, no? e poi al termine della giornata lavorativa la fatica si fa sentire un po’ di più, e qualcuno diede un’altra martellata ai chiodi che sigillavano l’imballo e chi c’era dentro urlò: "ma, ostia, fate un po’ più piano, no?". Sicuramente l’aspirante "evasore" aveva perso la nozione del tempo e poi continuò a sacramentare e una guardia carceraria lo sentì anche lui e disse: "e lì dentro chi c’è?". E come si faceva a dire il nome così sui due piedi? e, soprattutto, chi aveva voglia di fare nomi? insomma, tutti zitti, e la guardia intimò: "tu, fuori di lì". Ma per chi era inchiavardato nella cassa era una parola uscire; anche perché lo avevo inchiodato alla perfezione... non lui, ma la cassa... delle volte sono un perfezionista... poi vennero i picchiatori che prima presero a calci la cassa, poi la schiodarono e terminarono la loro missione prendendo a calci chi la aveva occupata abusivamente.
E lui, in seguito, si difese con una brillante autoarringa: disse che la colpa non era sua, ma del vino che aveva bevuto in abbondanza, e che per colpa del vino si era addormentato proprio in quella cassa, e continuò dicendo che lui non si ricordava niente, neppure di me, del suo amico che lo aveva, come dire, inchiodato. Non si ricordò più niente, l’amico mio...
E sentite quest’altra storia: ero sulla Ripa Ticinese e passò di corsa un signore un po’ anziano che mi abbracciò e che contemporaneamente metteva le mani nella mia tasca. Io pensai che fosse un borseggitore, ma non era così. Udii dei passi di corsa e altra gente lo raggiunse; gente armata che lo sparò all’istante. A mì me lasàren perd...3 e poi me ne andai un po’ impaurito e camminando mi frugai nelle tasche e trovai un biglietto che diceva: "svegliati, compagno, svegliati cittadino, armati e combatti il tedesco e lo sporco fascista, viva la libertà".
A quei tempi dovevo essere sui dodici-tredici anni. Andai da mia madre e le feci vedere il bigliettino e lei lo prese e con quello si fece il giro della Ripa... ma questo non c’entra affatto con le dimenticanze causa vino, se si eccettua il fatto che quel compagno, quell’uomo un po’ avanti con gli anni, dava l’idea di essere un po’ andato di testa. E io, in questo momento, sono fatto e strafatto. Torno dall’ultima giornata del festival dell’Unità, e sapete com’è: bevo un bicchiere di vino con il mio amico Salvatore dell’Alfa; e poi con Lisa, e poi tre o quattro o cinque Sangria con Giuliana e alla fine mi ritrovo a casa senza manco sapere che strada ho preso per il ritorno; manco so come ci sono arrivato e non è che la cosa mi interessi... E non hai voglia di dormire, così da solo, poi, e allora i ricordi affiorano, come si dice: vengono a galla. Come gli stronzi... e allora mi ricordo di una antica sbronza rimediata in Belgio... ma sì... quella sera pioveva e davanti a me c’era uno sbirro, un gendarme del luogo che mi osservava; e io a volte urlavo... come quel tale che in autobus, a Milano, improvvisamente si metteva a fischiare; un fischio stridulo, di quelli antipatici, e tutti prendevano un colpo; io compreso; sobbalzavamo e lo guardavamo e lui allora sorrideva con tre o quattro denti mancanti...
...Come per gli scioperanti italiani che, licenziati, si mettono in corteo e battono sui tamburi di latta; fischiano e cantano amene canzoni per esprimere tutto il loro giusto sdegno soprattutto se la Tv li riprende. Anche il fischiatore aveva raggiunto il suo scopo perché voleva essere notato dalla gente... Dicevo che quella sera pioveva e io ero sul ciucch tradì...4 e il poliziotto non rispondeva alle mie puerili provocazioni e ai miei insulti: mi ascoltava e basta perché io ero un minatore ed ero immune da quasi tutto; mettiamo il caso che mi arrestava, eh eh, il giorno dopo la miniera avrebbe avuto un minatore in meno, e io, vuoi anche per dei miei precisi calcoli, ero uno di quelli che lavoravano un po’ più degli altri... perché io col mio lavoro volevo comprare un camion e con quel camion sarei tornato a Milano e lavorando sodo avrei guadagnato così tanto che mi sarei comprato un altro camion... non avevo capito niente della vita... e non è che adesso ci capisco qualcosa in più di ieri...
Parlavo, gridavo e quello niente. Fermo come un sasso. Impassibile come un inglese.
A parte il fatto che se i poliziotti belgi avessero arrestato tutti i minatori ubriachi, due economie, l’italiana e la belga, avrebbero subito un grosso colpo, e penso che questo loro lo sapessero e se non lo sapevano loro, lo sapevano i loro superiori, che avrebbero dato ordini ben precisi da rispettare. Il mio è un soliloquio, io sono ubriaco, e mi sta anche bene, e allora? Piove anche, ma me interesa propri no5; io sono sbronzo e grido e questo il padrone me lo permette. Perché uno che grida non fa del male a nessuno, si fa per dire, al massimo, esteticamente, dà un certo che di fastidio; avete mai visto un uomo che grida? Dài, non è neppure bello. Ma però io grido lo stesso, alla faccia dei benpensanti e dei padroni. Va bene? Chiaro?
Io ho studiato, e so chi è Napoleone, e Giulio Cesare, e la Catilina, quella donna lussuriosa che il Cicerone, offeso per qualche sua parola, di certo irriguardosa, l’ha fatta condannare a morte imprecando contro di essa e dicendo: "alura, te la piantet de rumpum i ball, o Catilina?".6 Questa non l’ho inventata io, è cultura, l’ho letta su di un giornaletto che ho comprato all’edicola. Roba stampata; come i libri di scuola. Dunque vera.
Io ho una cultura, ma lavoro in una miniera, potrei fare anche il Pubblico Ministero, no, quello no, preferisco fare l’avvocato di quelli famosi, che riescono a fare assolvere tutti. Conosco la Storia a memoria e so chi era Hitler, quel boia, e Mussolini, suo degno compare, so tutto io, e voi, minatori di questo Borinage di merda, non capite un tubo di niente.
Io sono un minatore, e attualmente lavoro alla Machine de Feu, a Jemappes. La mattina mi alzo e scendo nella fossa, e alla sera ritorno, ma sono molto stanco, così che appena arrivato a casa, mangiato di corsa un boccone, non posso fare a meno di andarmene a letto e addormentarmi subito e dormo fino al mattino finché di nuovo viene l’ora della miniera e di nuovo scendo e poi di nuovo salgo. Il giorno e la notte si confondono da tanto sono identici.
E io che so a memoria i primi versi della Divina Commedia, e dei Promessi Sposi, io, tendenzialmente portato a capire chi sono, mi ritrovo a sputare sangue a mille e cinquecento metri di profondità. E tu, poliziotto di merda, che hai da guardarmi, te spachi la facia, mì,7 da ubriaco posso farlo, tanto, male che mi vada avrò le attenuanti, e lo sai il motivo di questo trattamento di favore da parte della magistratura? Perché io non posso stare in prigione a riposare ma essere libero di lavorare invece, per il padrone. Te capì?8 E allora posso insultarti come a me pare e piace, e ti dirò anche, sbirro maledetto, scendi anche tu alla miniera, così che non farai più questo sporco mestiere e in compenso magari acquisterai in dignità. Cosa che a te manca. E allora, perché non mi arresti? E lavorando imparerai anche tu che significa essere schiavi; schiavi per non morire di fame, per non soccombere; l’impero romano che si protrae, con le sue leggi, nel tempo; le antiche leggi non sono cambiate, eh? sgherro, sì, sono ubriaco, ciucch tradì, come dicono nel mio nebbioso paese. Al vedere la tua faccia noto che hai dei dubbi sulla nebbiosità del mio paese che poi è una città.Già, tu sei belga e ti hanno fatto credere che l’Italia è il paese del sole... o sooole mio... va bene, non canto più, ma al mio paese il sole non si vede, e quando si vede è un guaio, da noi, anche il sole è arrabbiato, come i nostri operai, come gli abitanti di Quarto Oggiaro, e di Cinisello Balsamo e di San Giuliano Milanese; come i tranvieri e i bottegai e gli spazzini e gli operai e gli strilloni dei giornali della notte, come tutti... esclusa però una piccola parte che è formata dai padroni, loro conoscono i posti dove il sole splende da sempre; questo sole è allegro e infonde calore. E in questi luoghi loro ci vanno e si godono la vita. Quello che io e te non potremmo mai fare.
Mi sùn ciucch, d’acordo e parlo ai lampioni, e agli occasionali passanti, e ai ladri (simpatici quelli), e agli sgherri come te.
Ma domani scenderò in miniera, in una fossa, e scaverò dodici metri cubi di carbone e per non pensarci bevo, e poi di nuovo scenderò, e poi salgo mangio e bevo e avanti così per l’eternità. I capelli mi sono diventati crespi e gli occhi cisposi.
Tartagliavo prima di questa esperienza di miniera e ora non ce la faccio manco più a parlare; solo con il vino riesco di nuovo a dire qualche cosa e allora bevo e parlo anche con te, massimo del disonore. Domani mi metterò in tuta: prenderò la pala, il piccone la lampada l’elmetto la punta del martupicc10; e mi metterò dei guanti e scenderò nella fossa e arrivato striscerò per un centinaio di metri circa e poi camminerò ancora per un chilometro e arrivato a destinazione troverò altri compagni come me col volto duro e ingrugnito, da arrabbiati, scontrosi, perché non si può essere allegri quando si scende nella miniera, e ci inoltreremo nella vena e lì cominceremo a battere con dei martelli pneumatici finché polvere nera ci avvolgerà e continueremo a scavare fino a sera e il giorno dopo ancora e poi ancora.
Ieri è morto un mio amico
oggi io sono ubriaco
come vorrei essere ubriaco insieme
io e il mio amico.
Ma lù el ghe pù.
L’è andà.11
Aveva la bocca piena di carbone
e gli occhi bianchi
e i denti bianchi
pareva ridesse
e la sua mano era nella mia mano
risento ancora sulla pelle i suoi calli.
È morto così.
Per cosa poi?
Per un pezzo di carbone in più.
Mi parlava sempre dei figli lasciati a Campedél,
o a Trichiana, o a Castion Faverga,
me ricordi pü,12
mi mostrava le foto della moglie
mora e sorridente
mi parlava della casa il podere e i figli
che si sarebbero fatti grandi
LAUREATI
così non verranno in miniera
e la sua allegria contagiosa
al ricordo saltava e rideva
e anch’io ridevo; non ne potevo fare a meno. Se ne è andato così, al buio, e allora io mi ubriaco e piango e parlo a questa nebbia così uguale alla mia nebbia di Milano; e grido e ti insulto poliziotto scemo, che tuo unico compito è quello di proteggere i padroni, i quali, vedi di imparare, quando parlano di me e anche di te, sì, dicono "quella gente lì".Sono sbronzo e vorrei vomitare, forse è il freddo, oppure il pensiero della miniera. Quello schifo.
E domani via di nuovo, ma da solo, senza il mio amico di sempre, io so come si muore. L’ho visto.
E scaverò ininterrottamente per otto ore filate, scaverò come una talpa, affinché uomini dalla parvenza rispettabile potranno bersi una bottiglia di champagne in più.
Dov’è la strada, ostia, mica la vedo... che stavo dicendo? Ah! sì, che io ho studiato, e dai preti anche, neri anche loro, e ho una cultura, so chi sono i personaggi importanti, li conosco tutti: de Sade, l’Uomo Mascherato che difende i poveri piccoli negri, ma su di un trono, ammesso che non si trovi il petrolio da quelle parti se no niente, lü el se fa no vidé? Madame de Pompadour, ostia che ciulona era,13 e anche le facce dei nostri onorevoli democristiani. E conosco anche la vita dei santi. Ascolta sbirro e seguimi attentamente... San Martino oltre che santo aveva anche un cavallo bianco, una spada e un mantello; in una notte gelida, camminando, anzi con l’aiuto del suo cavallo bianco trotterellando, si imbatté in un poverello che non aveva il cavallo, la spada manco pensarci e il mantello nemmeno, e allora il san Martino, mosso a pietà, cosa strana per un santo, è sceso da cavallo, ha sguainato la spada, al che il povero si spaventò moltissimo, vuoi vedere che mi ammazza? però si rassicurò a vedere il sorriso del santo, che con un gesto solenne e regale si tolse il mantello di dosso e con la spada, zac, tagliò il manto in due; e donò la metà del mantello al povero, in un certo senso era uno spreco, e lo capì anche il povero quando si mise addosso quel pezzo di stoffa, perché non lo copriva abbastanza dato che sentiva lo stesso freddo di prima, e allora tolse la spada al san Martino e con quella lo minacciò e gli tolse anche l’altra metà del mantello, e, ormai che c’era (aveva capito che con l’azione avrebbe ottenuto tutto), minacciandolo con la spada gli portò via anche il cavallo e lasciò san Martino a piedi.
Il fatto è che, terminata tutta l’operazione, il povero non si pentì affatto, perché finalmente sentiva caldo, e aveva anche un cavallo, e allora si prese la briga di minacciarlo pure (il povero al santo), e felice, cantando l’Internazionale, il povero si avviò verso il suo destino, lasciando il santo ricco solo e sconsolato in mezzo alla strada a sacramentare contro l’ingratitudine degli uomini. La leggenda narra che poi il povero cavalcò per le contrade e disse alle genti che non bisognava più avere paura dei santi o dei padroni. Ma questo la Chiesa non l’ha mai ammesso. Però la Chiesa in compenso ha fatto santo il Martino, anche perché era un principe e per di più ricco. Di lavoratori santi manco parlarne, e del resto sono certo che il lavoratore se la avrebbe sicuramente a male. E con ragione. Lo vedete voi un metalmeccanico, con tuta e tutto, messo lì sugli altari, con il fumo delle candele che lo asfissiano anche da morto? Magari con il prete sotto che gli butta pure l’incenso? No, sarebbe veramente troppo. Anch’io avrei bisogno di un san Martino di passaggio. Però mi sa che se non mi capita sotto tiro me lo andrò a cercare un san Martino di passaggio.
Si fa chiaro, e allora addio, sbirro, riferisci al tuo, e anche al mio padrone, che hai visto un minatore ubriaco fradicio; digli anche che ho inveito contro di lui, digli tutto, stronzo retribuito, tanto io godo della immunità, e sai perché? perché il padrone ha bisogno di me, sempre per via di quel bicchiere di champagne in più, e finché mi ubriacherò lui sarà tranquillo, perché da ubriaco io non rappresento per lui nessun pericolo, non potrò mai fargli paura, perché l’ubriaco è inoffensivo e poi è solo. Te capì cume l’è la sulfa?14
...e domani scenderò nella miniera, mi vestirò di una casacca di colore blu, che ormai è diventata nera, ma prima berrò due o tre bicchierini di Pernod, pefarmi coraggio, salirò su di un ascensore stipandoci in sei in un metro quadrato, sceso mi avvierò verso la vena e inizierò a battere con un arnese sul carbone, farò la talpa, immaginerò, creerò storie affinché possa sognare; penserò a cose tragiche affinché possa imbestialirmi e picchiare sul carbone con più accanimento. Anche perché questo è un metodo per sentire di meno la fatica.
Ma farò in maniera di non pensare al mio amico.
Capace di piangere allora, e noi minatori non possiamo piangere. Al massimo imprecare.
Marcinelle
da Disamori di Bruno Brancher