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Era la festa del paese e non si andava in miniera, eravamo tutti riuniti in cortile, sotto quel grande albero, a bere vino e ad ascoltare la radio. Con me c’era il mio amico. Poi a un tratto la musica cessò e uno speaker in francese tedesco fiammingo inglese e italiano ci informò che a Marcinelle stava succedendo qualcosa di grave.
Smettemmo di cantare e bere vino e aspettammo con impazienza l’altro notiziario, ma non ce ne fu bisogno: la voce dell’annunciatore fece sapere a tutto il mondo, ripetendo la notizia in francese tedesco fiammingo inglese e italiano, che a Marcinelle la miniera bruciava e con essa oltre duecento minatori.

Si può dire oltre quando si tratta di vite umane? Ci fu qualche sospiro, io mi voltai e vidi mia moglie piangere.

Io e il mio amico decidemmo di partire. Arrivammo a Marcinelle – Charleroi –; c’era una nube nera che offuscava la luce del giorno e pioveva polvere di carbone; un fumo denso e acre usciva dalla torre della miniera e un vecchio minatore si inumidì la mano con la saliva, poi la alzò al cielo, poi la annusò e disse: "Grisou".
Vidi uomini impietriti dal dolore, vidi donne impazzire dal dolore, e chi domandava di suo figlio, e chi di suo padre e chi del marito.
Ogni tanto, improvvisamente, un urlo, e i poliziotti, alti solenni giganteschi, spingevano, imprecavano e parlavano in francese, intimavano qualcosa che non si capiva, ma poi il dolore proruppe violento e furono travolti e tutti si riversarono nei cortili della miniera. Anch’io seguii la fiumana ma poi mi presentai all’ufficio e chiesi di essere messo nelle squadre di salvataggio.
Mi rifiutarono, dissero che ero troppo giovane e inesperto. Come rifiutarono il mio amico.
Poi i corpi, o ciò che di essi rimaneva, furono riportati alla superficie, ma nessuno fu riconosciuto: io vidi un uomo azzurro, piccolo; ciò che prima era un uomo di statura normale, vivo, era ora ridotto a un essere azzurrognolo, ...oltre duecento bare, tutte nuove, e preti di varie confessioni celebrarono riti funebri... poi fummo allontanati.
L’indomani ci fu il funerale, e c’era anche il re, e i ministri e il consolato italiano al gran completo con il console in testa che, inappuntabilmente vestito di nero, ascoltava con fare compunto le condoglianze che altri uomini vestiti di nero gli porgevano.
E c’era il vescovo che salmodiava e la televisione riprendeva il tutto, e noi seguivamo quel corteo coscienti che da un giorno all’altro poteva capitare a noi di fare quella fine, ma di noi, quegli uomini inappuntabilmente vestiti di nero, non si curavano affatto.
E poi una donna, come presa da crisi isterica, si gettò gridando su una bara dove c’era scritto il nome del marito, e incominciò a spingerla, finché la bara cadde e si fracassò per terra: ma non si vide un cadavere, solo un mucchio di sassi, e allora fummo stupefatti e poi inorriditi e poi indignati e poi ci infuriammo e scoperchiammo tutte le bare e ne trovammo ben 8 piene di sassi.

I signori inappuntabilmente vestiti di nero erano fuggiti e con loro il re, i ministri, i preti, il vescovo e anche quelli della televisione.
Andammo in cerca di un prete cattolico, il quale a vedere quello scempio pianse e mormorò qualcosa come: "sacrilegio", ma fu violentemente spintonato e allora farfugliando sottovoce recitò quella che a primo udito sembrava una orazione funebre: la recitò in una lingua sconosciuta. Poteva anche essere un anatema.
Le fosse, come le bare prima, erano già pronte: camminavi e camminavi e non ne vedevi mai la fine.
Probabilmente i becchini avevano lavorato a cottimo e chissà, facile anche che abbiano avuto un premio di superproduzione: l’efficienza e l’organizzazione nordica è nota in tutto il mondo.
E noi incominciammo a calare le bare e a riempire di terra le fosse, e poi ce ne andammo.

Nel gergo dei minatori la miniera viene chiamata fossa e chi rimane sepolto in miniera, se il suo corpo non viene ritrovato, la sua famiglia continuerà a percepire il suo intero stipendio moltiplicato per tre: viene cioè pagato 24 ore su 24.
Per questo motivo riempirono di sassi le otto bare, per non pagare ai familiari vita natural durante ventiquattro stipendi.
Già, furono proprio in otto a non essere più ritrovati. Svanirono in una fiammata.
Il mio amico (ve ne parlerò) al solito fu sempre al mio fianco.
Tornai a casa, ma ero demoralizzato, e ora avevo anche paura.

Quell’amico l’avevo conosciuto in miniera, ci dividevamo il mangiare, tutto insomma, formavamo, come si usa dire, una coppia fissa.
Lavoravamo a cottimo giù in miniera e volevamo fare tanti soldi; così che un giorno scavammo un po’ più veloce del solito, e ci cadde addosso una intera parete di carbone.
Io mi salvai, ma lui rimase lì sotto: sbucava solo una mano da quell’ammasso di carbone.
Io la afferrai e sentii che rispondeva alla stretta e allora gridando e piangendo iniziai a tirare, sentivo i battiti del suo polso e poi fu il silenzio.
Quando riuscii a liberarlo aveva la bocca piena di carbone e anche gli occhi ne erano pieni e la sua mano era come artigliata alla mia.
Morì soffocato al buio.
Tilt dalin dalin din dirindindiiinnn

Che vi devo dire?
Non sentivo più nulla; dissi a mia moglie che andavo a prendere delle sigarette, e da quella volta non mi videro più.
Non baciai neppure i bambini quando partii.
Francia. Francia amata terra...

da Disamori di Bruno Brancher

 
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