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roads and desires-appunti di viaggio di un teatro in palestina (28 October 2010)

 

viaggio in palestina (osservatorio palestina) (19 September 2010)

by Banksky

 

astràgali teatro: lysistrata / persae (2 August 2010)

 

lysistrata (roads and desires)


persae (roads and desires)




6 agosto 2010, 21:00

lysistrata (roads and desires)

primo studio sull’oscenità del potere

Teatro Romano, lecce

regia fabio tolledi

scrittura teatrale benedetta zaccarello, fabio tolledi

organizzazione ivano gorgoni


Venerdì 6 agosto, alle ore 21, presso il Teatro Romano di Lecce andrà in scena lo spettacolo internazionale Lysistrata, primo studio sull’oscenità del potere, con la presenza di attori provenienti da Francia, Spagna, Palestina, Giordania, Malta, Cipro e Italia che hanno preso parte alla residenza internazionale. Lysistrata è riappropriazione dei tempi del comico, della carnalità dell’esperienza umana, nella sua distanza dalle ‘armi di distrazione di massa’ proprie della televisione, nel suo essere costante dissacrazione. È una trama matrilineare, uterina, che riannoda l’urgenza dell’accoglimento dell’altro da sé, della molteplicità delle nostre esistenze. È, ancora, smascheramento dell’inutilità della violenza e della ragion militare, risata che tutto muta, che denuda il potere

INFO 0832-306194, 3209168440



8 agosto 2010, 21:00

persae (roads and desires)

Frigole (Lecce)


Domenica 8 agosto alle ore 21, sarà presentato all’interno del progetto roads and desires a Frigole (località nei pressi di Lecce), lo spettacolo internazionale Persae, regia di Fabio Tolledi, che attraverso I Persiani di Eschilo e Quattro ore a Chatila di Jean Genet, attualizza il destino del naufragio e della frontiera.

 

le forme del comico nel mediterraneo (2 August 2010)

 





Le forme del comico nel Mediterraneo

Lecce, Teatro Paisiello, 9 Agosto 2010

ore 18.30


Programma della giornata

Da Baubo a Lysistrata: orizzonti teorici sul corpo comico 

Fabio Tolledi (Astragali Teatro, Università del Salento), ‘Ma non mi faccia ridere!’

Benedetta Zaccarello (ITEM, CNRS-ENS, Parigi, FR), ‘Erotica del riso: il corpo comico come estetica convulsiva’

Tavola rotonda. Oltre ai relatori interverranno: Vincenzo Cuomo (Napoli, co-direttore di Kainos), Antonio Borruto (Università del Salento ).

Da Lysistrata alla commedia di ricerca: riflessioni su una sperimentazione teatrale

Abele Longo e Edgar Schröder (University of Middlesex, UK), ‘Traduzioni e trasgressioni, da Operation Lysistrata alla Lysistrata di Teatro Astràgali. Attivismo e pratiche teatrali a confronto’

Tavola rotonda. Oltre ai relatori interverranno: Pietro Fumarola (Università del Salento), Victor Jacono (Università di Roma ‘La Sapienza’ e Università di Malta) e gli attori di Astragali Teatro.

Genere minore, tradizione carsica e reietta rispetto alla più nobile e filosofica forma tragica, il comico si rivela capace, ad uno sguardo più attento, di aprire prospettive desuete e insperate sul corpo e la carnalità; sull’altro e la comunità; sul pensiero stesso e sul potere. Troppo spesso dimenticata dai percorsi della teoria ed affrontata con frettolosa difficoltà dalle prassi teatrali (salvo il suo trito ricadere nella maschera indolore della farsa commerciale), la commedia domanda dunque di essere ripensata fin dalle sue radici, siano esse nel komos o nelle pratiche pre-comiche, attraverso un’esplorazione congiunta delle sue manifestazioni storiche e culturali – in tradizioni rivendicate o in ritualità più sotterranee – e delle sue possibilità teatrali, dai confini del suo immaginario alla fenomenologia delle tecniche attoriali finalizzate al riso.

Ad un anno dall’inizio della ricerca su Lysisitrata, Astragali Teatro propone una prima stazione di riflessione e discussione che tenga insieme, nel suo breve arco, il tentativo di una ponderazione generale in merito alla comicità e una ricognizione dei risultati che la sperimentazione compiuta teatrale ha dischiuso anche sul piano teorico.

 

fabio tolledi: i passages di amman (roads and desires) (15 July 2010)

 



I passages di Amman,

mi chiedo cosa avrebbe pensato Walter Benjamin traversando le strade e i vicoli che formano il suq di Amman.

I passages di Parigi sono quelle costruzioni in vetro e ferro che uniscono due strade, piene di negozi e vetrine, sono le nostre gallerie cittadine, sono forse il prototipo delle finte piazze dei grandi centri commerciali.

In Benjamin sono anche la metafora di Parigi capitale del XIX secolo, della modernità. Vetro e ferro come metafora della trasparenza e della forza. Luogo dell’apoteosi della merce e della pubblicità.

Ecco, il suq di Amman è l’esatto opposto dei passages parigini: cemento in luogo del vetro e del ferro, stretti cunicoli dove si assommano sarti e barbieri, infiniti mercati dell’usato, di merce che è passata di mano in mano senza necessariamente il consenso del proprietario originale, negozi che vendono assieme strumenti musicali e uccelli, rendendo omaggio forse alla famosa virtù canora degli splendidi volatili, venditori di succo di canna da zucchero, e poi il mercato delle erbe, tripudio della fratellanza con la chiazza cuperta, e come nelle nostre feste paesane venditori di pulcini, papere, galline, conigli: tutto rigorosamente vivo. Come al vivo, sotto i tuoi occhi è il taglio della carne. E poi erbe e spezie appena colte: camomilla verde, ogni sorta di frutta secca, essenze che sprigionano odore vivo, forte, deperibile. E in questo mi sembra chiaro che passiamo dal vivido istante della vita, povera e difficoltosa che sa il peso della più piccola moneta al dispendio compulsivo del compri 3 e paghi 2, delle carte di credito, della lunga conservazione, del consumabile. Questi sono luoghi, poco decorosi, poco puliti, poco onesti, ma luoghi. A fronte dei non luoghi infinitamente uguali delle catene commerciali.

Siamo venuti nel suq di Amman per farci incantare dalla vita, dalle urla dei venditori. Senza esotismo, se è possibile. Senza orientalismo, se ne siamo capaci.

Kuššu ‘ala al ma’rad al ‘ašra bi dinar: venite a vedere, 10 per 1 dinaro.

E poi sulla piazza davanti alla moschea disoccupati bodiniani al sole, con gli strumenti di lavoro, pronti per essere chiamati a giornata. Ci fu un tempo, in cui una bimba mi regalò, per il mio compleanno una scatola di passatiempi. Quell’intervento lo chiamammo di arte concettuale. E qui, tra i venditori di lupini, quelli che Verri si metteva in testa da bambino per fare il verso alla luna, trovo il mio tempo, la mia indolenza antica, la mia sete di vita. La vita dei profughi, gli infiniti campi, qui ad Amman dove ci sono 1 milione di profughi scappati dalla guerra in Iraq, che celebrano così l’importazione della democrazia, qui in Giordania dove il 60% della popolazione è palestinese, qui dove il Mediterraneo si coagula e mostra tutte le sue contraddizioni, tra bellezza e strazio della storia.

Fabio Tolledi

Fabio Tolledi

 

astràgali: roads and desires – residenza artistica (12 July 2010)

 



Astragali

 

fabio tolledi: gerusalemme (roads and desires) (16 June 2010)

Persae, Teatro Astragali

 

fabio tolledi: parlo… (roads and desires) (14 June 2010)



Parlo.

Tutti i giorni parlo.

Le prove alla mattina di Persae che dovremo portare al Festival di Ramallah, venerdì prossimo, i tre laboratori dalle 2 alle 8 con le donne, gli studenti dell’Università di Nablus, con gli uomini e i ragazzi di questo paese, Sebastia.

E parlo.

Parlo del teatro.

E tutte queste persone ( più di cento) mi raccontano della loro vita, con le loro speranze, con la loro disperazione.

E io, muto, parlo.

Omar, universitario di Nablus, ventidue anni. Andavamo tutti gli anni, almeno una volta, alla Grande Spianata delle Moschee, a Gerusalemme. Ad Al Aqsa ci andavamo ogni anno io i miei fratelli e i miei cugini giocavamo e correvamo, lungo i grandi muri davanti alla moschea. un anno ho lasciato mezzo shekel, era la monetina che ci dava nostro padre nei giorni di festa. E con mio fratello abbiamo cercato una fessura dentro quel grande muro, per lasciare quella monetina. Era un gesto strano, fatto di nascosto, perche’ quel piccolo soldo era la sola cosa che ci poteva dare nostro padre, ché lavoro ce n’era poco, e i soldi erano tutti sudati. Comunque abbiamo trovato la fessura giusta per lasciare la monetina. Sono passati dieci anni da allora. Non siamo potuti più tornare alla moschea di Al Aqsa. E questo è il mio segreto. Ed è solo mio ormai, perché è stato ucciso dai soldati israeliani. E solo io posso tornare ora a riprendere la monetina, il nostro mezzo shekel.

Io parlo.

Tutti i giorni parlo del teatro.

Dell’importanza di dire e di non restare muti.

Ma io, muto, parlo.

E riconosco la mia infanzia.

L’infanzia del mio mondo.

Rivedo i muri poveri di Lecce, d’estate. O le periferie infinite di Milano. Il cortile e la ringhera.

E gli odori, e i colori.

Rivedo i bambini, infiniti bambini, giocare per strada. Copertoni di auto. Animali. Terra e sabbia su cui rotolarsi di continuo. Ci si chiede in questi istanti come sia possibile questa terribile ferita della storia nel nostro mare comune.

basta guardare il cemento e i tetti rossi spioventi degli insediamenti dei coloni. spazi perfetti, puliti e ordinati come una banca. Appunto, come una banca

parlo e mi chiedo qual è lo spazio del desiderio. una società laica e aperta, colta e curiosa, che si trova spinta nella assoluta assenza di giustizia e speranza. una società che si ripiega nella deriva devozionale. le classi nelle scuole di questo piccolo paese non sono miste. a noi ci chiedono di lavorare separati.

Sempre più.

Stiamo lavorando in Samaria. La parabola di Gesù del buon samaritano cerca di spiegare chi è il prossimo a sé che si deve amare.

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.

Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”.

Ahmad è un ragazzo palestinese con cui abbiamo lavorato già tre anni fa in Giordania. Con lui abbiamo lavorato anche quest’anno ad Amman, è un bravo attore con molte prospettive davanti a sé per questo duro mestiere. Il festival di Ramallah è riuscito ad avere un permesso di ingresso per una settimana, per il nostro spettacolo con lui. E ieri sera è arrivato in Palestina. Ahmad, ragazzo palestinese, vede oggi, per la prima volta, la sua terra all’alba.

È un ragazzo forte, enorme. Per National Geographic sta facendo il ruolo di Gesù in una docufiction e si può dire che Ahmad, giovane attore palestinese, impersona il palestinese più famoso della storia (d’Occidente).

Qui a Sebaste c’è un antico teatro romano, questa città si chiamava Augusta, e forse ne ha parlato Italo Calvino per le chiare discendenze del dominio degli imperatori. Una scolaresca tutta di bambine fa visita ai ruderi romani, dalle colline spunta qualche carro armati israeliano, proteggono un nuovo insediamento di coloni che si espande. Le bimbe evidentemente abituate al terrore ‘ordinario’ abbassano gli occhi.

Gli insediamenti dei coloni, ossessivamente, mi ricordano i film western.

Western, si sa, significa occidentale.

Una evidenza che forse non si ricorda abbastanza.

Arrivano gru, bulldozer e auto da guerra corazzate. Prendono una collina che domina la vallata circostante. Se c’è un villaggio di ottocento – mille persone viene evacuato e confiscato. Le case costruite vengono donate a ondate di emigranti che provengono da ogni parte del mondo. Mi chiedo se sia pensabile questo se accadesse in Brianza. Gli insediamenti sono un abuso disumano, ho incontrato decine di uomini e donne che hanno portato racconti, sogni, canti. E tutti hanno una storia di espulsione, di lutto, di violenza subita da 60 anni. È difficile, è maledettamente difficile parlare di pace in questi posti.

E il mio teatro tenta di fare questo.

E cerco le parole di Capitini, Dorso, Rossi Doria, di Danilo Dolci. E mi chiedo come sia possibile pace senza giustizia. E mi chiedo come sia possibile il teatro senza umanità e un senso profondo del fare.

Adorno si chiedeva come fosse possibile fare poesia dopo Hiroshima e dopo Auschwitz, alle scuole elementari mi insegnavano la poesia di Salvatore Quasimodo che diceva “e come potevamo noi cantare, con il piede nemico sopra il cuore?”, e Brecht – quello che usammo per Ali, il nostro primo spettacolo di sedici anni fa – che si chiedeva “quali tempi sono diventati questi, se parlare di alberi sembra quasi un delitto”.

Ecco, non capisco come si possa fare poesia, ancora, con questa ingiustizia profonda che continua e che può solo produrre disastri e disperazione.

Eppure.

Eppure forse proprio in questa disperazione, le donne e gli uomini possono ancora trovare uno scarto ultimo di umanità.

Parlo, parlo di Gilgames e di come il suo raccontare ad altri, il suo raccontarsi, renda immortali.

Tutto si assomma in un miracoloso attendere delle parole, un dipanarsi quasi bambino degli sguardi, un silenzio che chiede, continuamente e insaziabile, chiede: Tornerete? Tornerete ancora?

Certo, vorremmo.

Le attraverseremmo sempre queste frontiere.

Fabio Tolledi



I speak.

Every day I speak.

The rehearsals of Persae in the morning, the performance we have to present in the Festival of Ramallah, next Friday, the three workshops from 2 to 8 pm with the women, the students of the University of Nablus, with the men and the guys of this village, Sebastia.

And I speak.

I speak about theatre.

And all these people (more than one hundred) tell me about their lives, with their hopes, their desperations.

And me dumb, I speak.

Omar, student at Nablus University, twenty-two years old. We used to go every year, at least one time, to the big Esplanade of the Mosques, in Jerusalem. We used to visit the Al Aqsa Mosque, me and my brothers and my cousins, we used to play and run, along the big walls in front of the mosque. Once I left half a shekel, it was that little coin that our father used to give us in the feast days. And with my brother we looked for a chink in that big wall, to leave that little coin. It was a strange gesture, made in secret, because that little coin was the only thing that our father could give us, ’cause there wasn’t much work, and money was always hard-earned. Anyway we found the right chink to leave the coin in. Ten years passed from that day. We couldn’t go back anymore to the mosque of Al Aqsa. And this is my secret. And now it is only mine, because my brother has been killed by Israeli soldiers. And it’s only me who can go back there to take the coin back, our half shekel.

I speak.

Everyday I speak about theatre.

Of the importance of telling and not being dumb.

But me dumb, I speak.

And I recognise my childhood.

The childhood of my world.

I see again the poor walls of Lecce, in summer. Or the infinite suburbs of Milan. The courtyard and the ringhera.

The smells and the colours

I see again the children, infinite children, playing in the street. Tyres. Animals. Ground and sand where to keep on rolling. In these moments we wonder how it is possible this terrible wound of history in our common sea.

It’s enough to look at the cement and at the red sloping roofs of settlements. Perfect spaces, clean and tidy like a bank. Right like a bank.

I speak and wonder which is the space for desire. A secular and open society, learned and curious, which finds itself pushed into the absolute absence of justice and hope. A society bended in the devotional drift. School classes in this little village are not mixed. We are asked to work separate.

More and more.

We are working in Samaria. The parable of Jesus of the Good Samaritan tries to explain who is the neighbour that we have to love.

“A man was going from Jerusalem to Jericho, when he fell into the hands of robbers. They stripped his clothes off, beat him and went away, leaving him half dead. A priest was going down the same road, and when he saw the man, he passed by on the other side. So did a Levite, when he came to the place and saw him, passed by on the other side. But a Samaritan, that was travelling, while passing near the man, and seeing him, was moved to pity. He went close to him and bandaged his wounds, pouring oil and wine on them. Then he put the man on his own donkey, took him to an inn and took care of him. The next day he took out two silver coins and gave them to the innkeeper. ‘Look after him,’ he said, ‘and when I return, I will reimburse you for any extra expense you may have”.

Ahmad is a Palestinian whom we already worked with three years ago in Jordan. Also this year we have worked with him in Amman, he is a good actor with many perspectives in front of him for this hard work. The festival of Ramallah managed to get a visa for one week, for our performance with him. And yesterday evening he arrived in Palestine. Ahmad, a Palestinian, today sees, for the first time, his land, at dawn.

He is a strong guy, huge. He is playing the role of Jesus in a docu-fiction for National Geographic and we can say that Ahmad, young Palestinian actor, impersonates the most famous Palestinian man of history (of the Western world).

Here, in Sebaste there is an ancient Roman theatre, this town was called Augusta, and maybe Italo Calvino has written about it, about its clear descent from the dominion of the emperors. A group of school children visit the Roman ruins, some Israeli tanks appear out of the hills, they protect a new settlement which is expanding. The little girls, evidently used to the “ordinary” terror, lowered their gaze.

The settlements, obsessively, remind me of western movies.

Western, as we know it, means Occidental.

A fact that maybe we don’t remember well enough.

Cranes, bulldozers and armoured war cars arrive. They take a hill dominating the valley around. If there is a village of eight hundred-one thousand people, they evacuate and confiscate it. The built houses are given to the waves of immigrants coming from all over the world. I wonder if it is possible for all this to happen in Brianza, for instance. The settlements are an inhuman abuse, I have met tens of men and women who brought stories, dreams, songs. They all have a story of expulsion, of mourning, of violence suffered for 60 years. It is hard, it is damnedly hard to speak about peace in these places.

And my theatre tries to do that.

And I look for the words of Capitini, Dorso, Rossi Doria, of Danilo Dolci. And I wonder how peace is possible without justice. I wonder how theatre is possible without humanity, without a deep sense of doing.

Adorno wondered how it was possible to write poetry after Hiroshima and after Auschwitz. When I was a child, at the primary school, they used to teach me poetry by Salvatore Quasimodo which says “and how could we sing, with the enemy’s foot on our heart?”. And Brecht – that we used in Ali, our first performance, sixteen years ago – wonders “what time has become this, if speaking about trees has almost become a crime?”.

Well, I don’t understand how it is still possible to write poetry, with this deep injustice that continues and that can only produce disasters and desperation.

And yet.

And yet perhaps right in this desperation, women and men can still find a last leap of humanity.

I speak, I speak about Gilgames and of how his telling to others, his telling about himself, makes him immortal.

Everything combines in the miraculous waiting for words, in an almost childlike unravelling of gazes, in a silence that asks, continuously and insatiably asks: Will you come back? Will come back again?

Certainly, we would like.

We would always cross these frontiers.

Fabio Tolledi

 

video-appunti di viaggio di un teatro in palestina (12 June 2010)

 



 

barocco per peter greenaway/sull’archeologia del post-moderno (astràgali) (9 June 2010)

Peter Greenaway

 

astràgali: omaggio a bruno brancher (8 June 2010)

 

 

Astràgali



Brancher, nato a Milano nel 1931, ha conosciuto nella sua vita l’esperienza della reclusione e del lavoro nella miniere del Belgio. Qui ha scoperto la scrittura confluita in opere quali L’ultimo picaro, l’uomo delle biciclette gialle(1991), Tre monete d’oro (1992) e Disamori vecchi e nuovi (1995). Brancher ha collaborato con numerosi quotidiani e mensili, tra cui ControInformazione, Alteralter, Linus e Cuore.

Bruno Brancher, L’uomo delle biciclette gialle


PROLOGO

ho dato un titolo ad uno scritto non ancora iniziato

ma non so che cosa uscirà da questa penna

forse sarà un racconto

forse sarà una ballata

ma ecco il titolo

l’uomo delle biciclette gialle

1

… lavoro in piazza del Duomo

fa caldo molto caldo

sono l’uomo delle biciclette gialle

iniziai con Gabriella

che di giorno vestiva di bianco

piccola e minuta con tante cose in cuore

di giorno sotto il sole con matita e notes

di sera in corsa diretta a san Vittore

amava i giovani quei bambini già vecchi

che con siringhe ed ero se ne vanno in giro armati

Gabriella a volte rideva

Gabriella a volte si crucciava

rideva di un atto o di un ricordo lieto

si crucciava al pensiero del Dopo

la notizia giunse in modo del tutto normale

fu un suo amico a portarla

disse che se ne era andata

disse che fu trovata morta

nella vasca da bagno annegata disse

io pensai che preferì la morte a ‘sta vita infame

lavoro in piazza del Duomo

fa caldo molto caldo

sono l’uomo delle biciclette gialle

2

il luogo era formato da transenne in ferro

il luogo era circondato da lastre di alluminio

che riflettevano quel sole milanese e pallido

ma non per questo meno scottante

lamiere che riflettevano i raggi del sole

e che riproiettavano i raggi del sole

che liquefacevano anche gli umori

lamiere che il sole rendeva incandescenti

sì che pareva di vivere all’interno d’un forno

un forno in grande ebollizione

(reminiscenze di Villon e dei bolliti vivi di Francia)

lamiere che arrostivano le mie carni ed accecavano

capaci di azzerare anche i buoni sentimenti

che riuscivano a fare infuriare l’animo buono

compreso il mio di animo si intende

l’animo dell’uomo delle biciclette gialle

3

le bici gialle erano lì

allineate e belle

formavano come un reticolo di intelaiature gialle

metalli dipinti come da artisti in pena

telai ruote selle manubri catene

che ritmavano coi loro colori gialli e neri

(col nero che si confondeva sparendo nel giallo)

ritmavano gli acidi rumori di piazza del Duomo

con tanta gente che numerosa accorreva

a noleggiare le bici gialle

gente paziente ed educata in attesa sotto il sole

come per assistere ad una grande prima

come in attesa di una gradevole sorpresa

ed io lì pronto e servizievole

così doveva essere

ero pagato per quella mansione

di uomo delle biciclette gialle

4

i turisti arrivavano a frotte

felici di trovare a Milano le bici gialle

provenivano da Parigi

provenivano da Amsterdam

provenivano da Barcellona

provenivano da Tel Aviv

provenivano da Francoforte

provenivano da Londra

provenivano dal Giappone

turisti di passaggio

erano in attesa dei treni diretti al Sud verso il mare

per loro Milano era una stazione

stazione provvista di un insperato servizio

ed io molto abbronzato cotto dal sole

un uomo annerito nato nel Ticinese

consegnatore di biciclette gialle

5

Lo Spagnolo rideva la pelle dorata

svagato era l’inglese dagli occhi slavati

il Francese puntualizzava dai modi cortesi

l’Olandese giganteggiava l’epidermide candida

l’Israeliano era conciso dai modi familiari

il Tedesco ordinava dai capelli corti e biondi

il Giapponese mercanteggiava di bassa statura

(quei giapponesi che ci facevano irritare a noi

addetti alla manutenzione delle bici gialle

tutti piccoli ‘sti giapponesi sì che a tutti

dovevamo abbassare al massimo le selle e con il

caldo ci sfuggiva la chiave del dieci tra le dita

rese scivolose dal gran sudore e dal gran lavoro)

ed io non esitai un attimo a sacramentare

mai stato educato io

soprattutto in quei momenti

affaticato dal lavoro

come uomo delle biciclette gialle

6

già fu il tempo delle biciclette gialle

Misteff secondo me un grande artista

dipinse un immenso quadro

dico un grande affresco

con il dipinto nobilitò le biciclette gialle

ma andiamo avanti così come abbiamo cominciato

Misteff dipinse un immenso affresco

Misteff produsse migliai di stemmi quadrati

stemmi riproducenti messe in salita

l’oramai famosa sagoma delle bici gialle

sullo stemma stampigliato si leggeva

BICLETT-LADer

ed io al veder lo stemma risi

risi al pensiero di come mi sono riciclato

io antico ladro di biciclette

ed ora quasi custode delle stesse

non riuscii a procurarmi il manifesto

ma il mio amico anch’esso gran pittore

Stefano Pizzi mi regalò lo stemma

che io appesi alla maglietta

sì che tutti capissero al volo

che ero l’uomo delle biciclette gialle

7

in quel solito caldo mattino di un altro giorno

sul sagrato del Duomo

nelle vie adiacenti al Duomo

sulla intera piazza del Duomo

tra le guglie del Duomo

sul pavimento della Galleria Vittorio Emanuele

furono scoperti corpi stecchiti di piccioni morti

migliai di corpi stesi con le zampette all’insù

piccioni ormai defunti

dissero i giornali avvelenati da qualcuno

che preferì mantenere l’anonimato

cadaveri di piccioni uccisi

neppure accompagnati da un breve comunicato

sì che piazza del Duomo si trasformò in uno sterminato

cimitero all’aperto

un gran cimitero per piccioni morti

che il caldo stava pùtrefàndo

di loro ormai non si notava che l’affilato becco

ed io pulii i dintorni del recinto delle bici gialle

ammucchiai i cadaveri dei piccioni

alla fin fine era anche un mio dovere no?

se non altro per non essere appestato

durante le mie funzioni di uomo delle biciclette gialle

8

Chiara gli amici ti ricordano

Chiara anche lei preferì andarsene

la notizia apparve sui giornali

Chiara era morta

chissà come successe

mi me ricordi pù

Chiara era una compagna di Lotta Continua

il tempo la trasformò in fotografa

Chiara oh Chiara

il tuo volto minuto

Chiara oh Chiara

sempre ridente

Chiara che rimase in agosto a Milano

con quel grande caldo

non sopportando la presenza di nessuno

Chiara che inseguì io immagino

l’umbrìa de un pénser

l’umbrìa del gniént

(come diciamo noi milanesi quando non riusciamo a

decifrare un rebus quando per noi un fatto rimane

un mistero)

Chiara che fu sopraffatta dal silenzio

io la immagino soffocata dal caldo

tra lenzuola sfatte rese umide del suo sudore

Chiara oh Chiara

Anch’io con gli amici ti piango

io l’uomo delle biciclette gialle

9

Il mio amico Gianni Brunelli

un tempo operaio alla Ignis

nel tempo inventò l’”Osteria delle Logge” in Siena

situata giusto a lato di piazza del Campo

sì sì sì proprio lì dove corrono il Palio

molte volte sono ospite di Gianni e di Laura

la sua compagna che amava studiare biologia

e quando mi presentava agli amici

a tutti diceva che io ero un gran poeta

io non arrossivo (anche se a disagio)

ma non gli dissi mai che io gran poeta non sono

Gianni sa che il poeta è persona sempre in miseria

ma da quando per vivere consegno le bici gialle

ai suoi amici non mi presenta più come poeta

ma mi presenta in modo diverso

mi presenta come l’uomo delle biciclette gialle

ed io in lui noto un accenno di disprezzo

e sento ‘na gran tristezza provo dolore

ma il mio amico Gianni sa che il poeta ha sempre fame

ma ama bere e ben mangiare

anche se sprovvisto di lire

ama viaggiare e stare in compagnia

ed allora i miei amici Gianni e Laura

mi ospitano nella loro bellissima casa di campagna

agli Incrociati di Sopra

in quel di Sociville

ad Ancaiano

antico casolare sepolto nei boschi

non solo

il mio amico Gianni mi accoglie all’Osteria

mi dona specialità gastronomiche della casa

mi offre vini prelibati

provenienti dalla sua tenuta di Montalcino

nel momento del bisogno che sono tanti

mi presta denari

perché oltre che affamato poeta

io sono suo amico

anche se oggi

ai suoi amici che sono tanti

che festosamente lo abbracciano a Natale

…compresa Gianna Nannini la grande rock-star

sinuosa e bella indolente nel dire

dagli occhi vivaci dal sorriso triste

dal corpo bello dalla voce antica…

dicevo anche se oggi

ai suoi amici che lo visitano a Natale

mi presenta sempre come il suo amico di Milano

aggiungendo che sono l’uomo delle biciclette gialle

10

Dario Fo il grande artista mi ricorda

recita la nascita del bambin Gesù

lì a Betlemme nell’angosciato sud del sud

in Palestina laddove nasce il sole

la recita come solo lui sa fare

nel suo grande inimitabile Mistero Buffo

e nel “cappello” a mo’ di cronaca giornalistica

mi ricorda come l’uomo delle bici gialle

riuscendo così a suscitar risate

poi mi dicono che alla Terza Rete Tivù

Dario fo ha fatto gli auguri un po’ a tutti

a Spadolini a Craxi e pensa te

ha fatto gli auguri anche a me

a me all’uomo delle biciclette gialle

ma sai com’è sciùr Dario fo

anca mi me senti un po’ cumé gesù

anche se non più bambino

l’unica differenza tra me e Gesù

è che all’epoca di Erode

non esistevano le bici gialle

se non anca Iù tel vedevet in piasa del Dòm

come uomo delle biciclette gialle

11

fui intervistato da un giornalista del Corriere della Sera

a lui dissi che Dio ride quando l’uomo pensa

lo dissi addolorato reso triste dalla mia gran miseria

Oreste del Buono su “La Repubblica”

scrisse di me con vera simpatia

il fotografo del Corriere della Sera

m’immortalò in atto di preghiera le mani giunte

sul Giorno scrissero di me che ero un gran lavoratore

essìh in tanti scrissero di Bruno Branchér

quell’ex galeotto che si trasformò in scrittore

oggi ridotto a far l’uomo delle biciclette gialle

12

di giorno addetto alle bici gialle

di notte tentai un’altra occupazione

come guida turistica

sulle barche provenienti dal lago di Como

barche dette “le Lucìe”

barche che percorrevano i Navigli di Milano

portando a spasso i turisti

inventore dell’iniziativa

(con Guido Aghina assessore del Turismo)

fu il mio amico Sergio Israel

un tempo ingegnere

oggi proprietario delle “Scimmie”

lo incontro al “Cristall” (un’altra sua creazione)

gli dico ciao come stai?

risponde che ha fretta che ci saremmo visti al Portnoy

al Portnoy (l’ultima sua creazione)

è in compagnia di Hilde la sua ragazza

gli do le mie credenziali

affermo che fui l’uomo addetto

alle scialuppe di salvataggio dell’Andrea Doria

ricordi? Sergio?

quel transatlantico che affondò

proprio quando era in vista del porto di New York?

(mentii spudoratamente évvero ma a me

l’idea di portare a spasso i turisti mi

sorrideva proprio)

ò O’

parve che Sergio abboccò

infatti mi assunse all’istante

succede però che si ricordò

memore di una antica vacanza ponziana

della mia per niente dimestichezza con il mare

per farla breve si ricordò che io non sapevo nuotare

ed immediatamente mi licenziò

diciamo che il fatto mi addolorò

mormorai lui presente: “Sergio oh Sergio”

rispose Sergio immediatamente parafrasando:

“Bruno oh Bruno”

tornai così a far l’uomo delle biciclette gialle

13

ma bici gialle o meno gialle

è anche vero che io insisto a provare di fare poesia

che insisto nel far poesia

sì che con i caldi e con i dolori

principio di una insolazione

lamentandomi forte come cane bastonato

a volte urlando

come quel mio amico sul letto di forza legato

e continuamente torturato

incontrai Carmela che batte dalle parti di via Settala

ascoltai i suoi lamenti

dalle sue lacrime fui bagnato

le sue lacrime mi donarono un po’ di refrigerio

contro quel grande e soffocante caldo

poi su un letto sporco e sfatto

ridemmo dei nostri tormenti

poi saturi di vino ci addormentammo

abbracciati ci addormentammo

felici come due sgarzolini

Maddalena ahi Maddalena quanto ti ho amato

P.S. no volevo dire Carmela

ma sapete com’è a volte come i poeti si sogna

si chiedono e si ottengono licenze

che sono appunto chiamate licenze poetiche

permesse anche all’uomo delle biciclette gialle

14

va bene le bici gialle ma il piacere

è il piacere dico incontrai anche Massimi-miliano

ma quella volta non mi andava proprio

lo lasciai con un abbraccio ed un arrivederci

gli dissi a mo’ di sua consolazione

beato te che batti caro Massimiliano

ma non è che io scherzi

sai sto tutto il giorno in piazza del Duomo

circondato da carogne di animali pennuti

che in vita io amo tanto

ma che da morti mi preoccupano un po’

sai sono stanco scusami Massimiliano

tu lavori sotto i portici dell’Arena

e come me sogni il mare

so che è duro esercitare il tuo mestiere

a Milano poi in pieno agosto poi

con ‘sto maledetto caldo che fa

ma non è che a me vada meglio che a te

ti te batet cume omen te fet un po’ la troia

e mi me tròvi in piasa del Dom

e faccio l’uomo delle biciclette gialle

15

io io che vorrei essere poeta

cantare di quando in sogno reincontrai Diana

io io che vorrei essere poeta

cantare di soli gialli

cantare di mari blù

di cieli azzurri

di soli caldi

di mari caldi

di cieli chiari

di levigati seni di donna

di levigati corpi di donna

di corpi di donna che odorano di acque marine

rugiadosi di acque salate

io io che vorrei essere poeta

che amo il Salento

i laghi salati Alimini nei pressi di Otranto

le minuscole grotte in quel di Torre dell’Orso

santa Maria di Leuca Finisterre mai dimenticata

la città bella Gallipoli così tanto amata

la Piana della Morte tra i menhir

i dolmen le terre coltivate a tabacco

le notti di luna piena a Porto Badisco

la dorata la dorata piazza barocca in Lecce

i graffiti dell’antico popolo Messapico

le grotte scavate nel tufo

antiche cattedrali che il tempo ha conservato

luoghi di culto luoghi di devozione

terra di Dioniso dove cresce la vite selvatica

grotte che si specchiano nella piccola e sinuosa

ansa di san Foca

io io che vorrei essere poeta

io intimista del cazzo

oggi son soffocato ed intorpidito

da questo sfuocato globo biancastro

che sarebbe il sole di Milano

in agosto in piazza del Duomo

io l’uomo delle biciclette gialle

16

l’impossibilità di rendere sopportabile l’insopportabile

il rifiuto di gridare questo lato della verità

le luci le terse acque torrentizie

la mia menzogna la mia verità

il mio cuore che si ravviva solo con Carmela

in ‘sto pallido e cinereo sole di Milano

l’antica mano lesta asservita e denudata

che raccatta monete con cui non salderà debiti

che ricordo e parafraso Dylan Thomas

che insisto nella mia vecchia e riproposta bugia

quando affermo che son scrittore

quando dico che a volte so far poesia

che mi evoco come ladro

che mi evoco come accattone

che a volte so fingermi buono

buono e allegro compagno

che oggi in piazza del Duomo

faccio l’uomo delle biciclette gialle

17

sfilo le catene

libere sono le biciclette

libere sono di essere usate

attendo il cliente

sperando non sia un giapponese

mi grida Gabriella dal banco

“numero 182 sella alta”

“per chi è?”

“mi pare un’olandese”

“numero 221 sella bassa”

“per chi è?”

“di sicuro un giapponese”

Gabriella Gabriella

le tue ultime grida si sono sprecate

in questa torbida atmosfera estiva di Milano

ed IO con te affannato

al lavoro come uomo delle biciclette gialle

io che non previdi

tu così allegra

la tua fine in quella maledetta vasca da bagno

ed io qui irato per la tua morte

che lavoro con frenesia

nel mio nuovo ruolo

di uomo delle biciclette gialle

18

sono le quattordici (ore)

il mio turno è finito

mi sento un po’ schifato

ho voglia di fare all’amore

andrò da Carmela

di questi tempi sta lavorando poco

i suoi clienti se ne sso iti quasi tutti al mare

Carmela la mia amica che batte

che se la fa dalle parti di via Settala

Carmela è brava in tutto

è veramente una grande professionista

sicuramente sarà così dolce con tutti

glielo dissi una volta

Carmela gli dissi tu non mi vuoi veramente bene

chissà a quanti uomini fai le stesse cose che fai con me

e lei mi rispose se per caso non fossi diventato scemo

la incontro al solito posto

l’incontro e la bacio sulla bocca

con noncuranza le chiedo andiamo?

e lei mi risponde chessì andiamo

poi parve ricordarsi di qualche cosa

mi dice ma tu non mi avevi detto che eri un poeta?

e come mai ti ritrovi in piazza del Duomo

a far l’uomo delle biciclette gialle?

EPILOGO

bene

proprio non sapevo che cosa sarebbe uscito da ‘sta penna

se un racconto

se una ballata

rileggendolo mi pare che le due cose si mìschìno

una ballata raccontata

un racconto a mo’ di ballata

il titolo però rimane immutato

l’uomo delle biciclette gialle

 

 

astragali teatro: appunti di viaggio di un teatro in palestina (14 May 2010)

 



14 May 2010 roads and desires – appunti di viaggio di un teatro in palestina

teatri abitati al teatro paisiello, lecce

L’appuntamento Roads and desires – appunti di viaggio di un teatro in Palestina, ripercorrerà i momenti più significativi del viaggio che Astràgali Teatro ha recentemente compiuto in Palestina. Qui, nei villaggi di Sebastia, Nasfjibil, Asyra e a Ramallah Astràgali ha realizzato workshop, incontri, spettacoli, interventi performativi. Alla presentazione, a cura del direttore artistico Fabio Tolledi, seguirà la proiezione di un video, realizzato da Astragali, che si diramerà attraverso le immagini delle persone, delle danze, dei canti, delle memorie incontrate in questi luoghi, dei volti e delle storie dei ragazzi, delle donne dei villaggi. Immagini che sono testimonianza diretta e sofferta di questi luoghi, di questa terra bellissima lacerata dal conflitto e dall’occupazione.

Ingresso gratuito.

INFO: 0832-306194 3209168440

 

omar suleiman – invito (osservatorio palestina) (11 May 2010)

 



 PER RICORDARE IL 62° ANNO DELLA NAKBA 

OSSERVATORIO PALESTINA PROMUOVE

LA TERRA DELLE ARANCE TRISTI

 LUNEDI 17 MAGGIO ORE 18

RISTORANTE ARABO AMIR – VIA SANTA CHIARA 25, NAPOLI

 Un percorso di immagini, racconti, testimonianze e letture di autori palestinesi per ricordare la Palestina da prima della Nakba ai giorni nostri

con Omar Suleiman e Dalal Suleiman

***

una serata di musica per ricordare mio fratello Basem che avrebbe compiuto 50 anni

Mercoledi 12 maggio ore 21, caffè arabo, piazza bellini, Napoli

con Daniele Sepe

Gianluca Campanino – Oud

Francesco Paolo Manna – Percussioni




 

lysistrata: lecce 5-6-7 maggio 2010 (4 May 2010)


Astragali

 

ghassan khanafani: la terra delle arance tristi (22 Avril 2010)

LA LORO INDIPENDENZA /LA NOSTRA DIASPORA “NAKBA”

In questi giorni i territori palestinesi occupati sono chiusi perché gli israeliani festeggiano i 62 anni “dell’indipendenza”


http://growinggardensforpalestine.blogspot.com/

 

omar suleiman: dopo il viaggio/roads and desires (20 Avril 2010)

 



  • omar suleiman dice:



  •  

    mahmoud darwish: stato d’assedio (17 Avril 2010)

     

    Dalla MadreTerra_Palestinese - R. Matarazzo

     

    roberta quarta: ultima sera in terra (roads and desires) (15 Avril 2010)

    Astragali

     

    iula marzulli: ombra i (roads and desires) (14 Avril 2010)

    Shepard Fairey

     

    teatro astragali: persae (roads and desires) (12 Avril 2010)

    9 April 2010, 21:00



    Al Manara Theatre Festival di Ramallah

    Astragali Teatro presents Persae , Al Manara Theatre Festival of Ramallah.

    Persae is a reflection on conflict as principle of destruction, on frontiers as principles of separation between individuals, on migration. Written and directed by Fabio Tolledi, the performance is based on Aeschylus’ tragedy The Persians and Four hours in Chatila by Jean Genet.



    “Il teatro mi permette di non appartenere a nessun luogo, di non essere ancorato a una sola prospettiva, di rimanere in transizione”. Eugenio Barba

     ”Possiamo immaginarli stanchi di uccidere e di essere uccisi, stanchi di rapire e distruggere, di violare ed essere violati. Ecco i miti dell’antica Grecia che ripetono da millenni le loro azioni di ferocia. Possono i personaggi del mito rappresentare la Storia? La Storia non è proprio il contrario del mito? La Storia è anche il senso inesorabile del divenire, la Forza vittoriosa sulla Giustizia, gli ideali rovesciati, il ricorrente trionfo dei sistemi che sbeffeggiano le utopie.” Eugenio Barba

    Dal seno di Era, La via lattea. R. Matarazzo

     

    paul lincke – dall’operetta lysistrata (9 Avril 2010)

     

    Omaggio agli Astragali che hanno lasciato Sebastia e sono ora a Ramallah






    Wenn die Nacht sich niedersenkt

    auf Flur und Halde,

    Manch ein Liebespärchen lenkt

    den Schritt zum Walde.

    Doch man kann im Wald zu zwein

    sich leicht verirren.

    Deshalb, wie Laternen klein,

    Glühwürmchen schwirren.

    Und es weiset Steg und Busch

    uns leuchtend ihr Gefunkel,

    Da tauchts auf, und dort, husch, husch,

    sobald der Abend dunkel.

    Glühwürmchen, Glühwürmchen flimmre, flimmre,

    Glühwürmchen, Glühwürmchen, schimmre, schimmre,

    Führe uns auf rechten Wegen,

    führe uns dem Glück entgegen.

    Gib uns schützend dein Geleit

    zur Liebesseligkeit.



     

    roads and desires: sebastia, 7 aprile (7 Avril 2010)



    Bassel Aklouk

     

    theodore grammatas:the theatrical text and the performance (6 Avril 2010)



    The Shadow of the Theatrical Text

    The Light of the Theatre Performance


    According to the latest performance theories, ancient drama, Aristophanes’s comedies and Lysistrata in particular, has been approached from many and varied perspectives (e.g. feminist, anthropologist, psychological). We have therefore seen substantially different presentations by famous or unknown directors from all around the world. That is why the challenge every time for the spectator is not to see a very experimental or classical performance, but to be emotionally touched according to aesthetic and theatrical criteria. In our global society with its spectacularisation of theatre due also to the influence of television, proposing an authentic and experimental approach to any classical text, as in the case of Astragali’s production of Lysistrata under the direction of Fabio Tolledi, is clearly a revolutionary act, an answer to the cultural alienation which characterises our time.

    A theatrical text is different from any other literary text (e.g. novel, poetry). Its meaning does not exist from the beginning, the moment when the author writes it, but it is produced and becomes when the communication by the complicity of actors on stage and the audience during the moment of live performance. The scenic show is a codified semiotic system based on the written text, but more developed and extended (sometimes also changed) due to the director’s personal mediation, actors’ acting and other artistic collaborations (scenography, music, etc.). The public is asked in each performance to approach its meaning and find the artistic value including the author’s message and not only that. It means that every performance is different from any other one before or after, and the spectator of the same dramatic text finds another reason to approve or disapprove its scenic message.

    Theodore Grammatas

    Professor of Theatre Studies

    University of Athens

     

    gaetano fidanza: amman passages (5 Avril 2010)



    gaetano fidanza Dice:

    R. Matarazzo Visione metropolitana

     

    happy easter (roads and desires) (3 Avril 2010)

     





     

    roads and desires: il viaggio in palestina (2 Avril 2010)

     

    lasciamo amman.

    iniziamo il viaggio per la palestina. controlli continui.

    transiti disperati. tante volte negati

    alla frontiera ripetizione continua delle procedure: si ripetono le domande (sempre piu` strane) si ripetono le file in attesa di superare il controllo. mostriamo il passaporto 6 volte (alcuni di noi molte di piu`) e questo fa impressione perche` alla fine rimaniamo sempre nello stesso luogo, controllati da ragazzine in uniforme israeliana che scherzano tra di loro, ma che hanno un atteggiamente arrogante e violento con tutte le persone che chiedono un visto per la palestina. sono queste ragazzine e ragazzini di non piu` di sedici anni che fanno gli interrogatori, che decidono di lasciarti passare, che ti urlano in faccia.

    passaporti che girano di mano in mano, persone che passano da ufficio a ufficio.

    un uomo con un bambino che doveva andare a ramallah a trovare suo padre in fin di vita viene mandato via all`ultimo controllo.

    siamo passati. saliamo su un altro autobus. ancora controllo del passaporto. gerico.

    Appare un`umanita` possibile. la terra. le montagne si dispiegano. bambini che giocano,

    Arriviamo a Sebastya SETTORE C, vuol dire settore a controllo israeliano

    mi domando come sia possibile parlare di perdono.

    il lavoro che ci aspetta sara` molto duro

    omar suleiman Dice:

    aprile 2, 2010 alle 8:40 am

    RITORNARE BAMBINI….

    che sensazione splendida ritornare bambini….a maggior ragione quando questo e’  il risultato del ritorno in un luogo amato e desiderato..

    dieci giorni in Giordania con gli amici degli astragali sono stati una depprerssione…

    da tre giorni in palestina molto spesso torno indietro negli anni ; quando ero bambino…correre nei prati..odorare e mangiare le profumatissime foglie di finochietto selvatico..pulire i carcodi selvati e mangiarseli crudi…svegliarsi all’alba per arrampicarsi in montagna per raccogliere il timo selvatico…(Zaatar)con il suo profumo che stordisce…ritrovare i comagni della scuola elementare..(era uno solo per la verita’..perche eravamo solo in due in classe)…tornare nella casa vecchia dove s’e’ nati…o nella scuola dell’infanzia….o camminare nella terra dove mio padre ha fatto uscire la terra cone le mani nude ed ha piantatato gli alberi di ulivo che ora sono grandi e danno frutti buonissimi….Grazie Palestina per questi splendidi piccoli e preziosi doni…

     

    edgar schröder: on lysistrata (1 Avril 2010)

    Astragali

     

    lysistrata, amman 29 marzo (30 March 2010)



    lenia gadaleta Dice:

    marzo 30, 2010 alle 6:57 am

    martedi 30 Lysistrata è passata ad Amman, nonostante i problemi tecnici ha portato il riso in una etereogenea platea un pò araba un pò italiana. Ascoltare il diverso riso e riconoscerlo, esperienza per certi versi inebriante. Un riso che a volte non trovava lo spazio per esplodere, questo mi fa riflettere che abbiamo ancora molto da lavorare sul lasciare respirare i corpi che vengona a noi e creare delle dilatazioni possibili senza rompere il ritmo.

    Resta la sensazione piacevole di un cuore più aperto e disponibile agli altri e questo vale la pena di tutto

     

    lysistrata, 28 marzo (28 March 2010)

    Astragali

     

    lysistrata: amman 27 marzo (27 March 2010)



    “forse resta da pensare il riso come resto, appunto. cosa vuol dire ridere? che cosa vuol ridere?

    si, si, è proprio questo che fa ridere. e non si ride mai da soli, dice bene Freud, non si ride mai senza condividere un pò la stessa rimozione”

    Jacques Derrida, UlyssesGramophone

     

    lysistrata – amman 25 marzo (25 March 2010)

     



     

    iula marzulli :

    marzo 25, 2010 alle 6:43 am |

    tracce I

    Il lavoro di una compagnia richiede molta cura, molta cura nel tenere occhio e cuore aperti

    nel considerare le proprie debolezze, paure, solitudini alla luce di una possibilità di apertura, nell’essere disponibili, disponibili e pronti.

    Il lavoro di una compagnia sta nel tempo della bellezza, un tempo che non ha le misure del tempo umano ma è altra misura, altro segno che slarga, sconfina

    Lì dove la bellezza conserva, serba, la sacralità della vita stessa

    se ancora vale qualcosa, se ancora siamo capaci di richiamarla a noi

    qui dove tutto si disperde dentro il tempio del soldo (nella doppia accezione di soldo/ soldato), della convenzione, del pensiero marmorizzato, omogeneizzato

    I tempi di questo difficile consorzio umano si dilatano o si concentrano con un movimento di contrazione e dilazione che ha tutto del movimento del cuore.

    Adesso è il momento di spiccare il volo, di lanciarsi al di là del muro

    proprio qui, proprio ora

    nonostante tutta la tristezza che ti divora, nonostante la rabbia, nonostante te e me

    Siamo adesso in un tempo che si contrae che porta nel biancore scalcinato dei muri di Amman i segni della gente che passa, dei turisti candidi, degli uomini dagli occhi neri, dei nostri cari paraolimpionici dal sorriso che mi snuda, della povertà, dei gatti dal pelo smangiato, del saluto della venditrice di camomilla di cui continuamente immagino la bocca, degli anatroccoli che non sanno di essere pasto, del tuo passo

    che da lontano seguo con le labbra arse da quest’aria bianca

    una voglia miei cari compagni, una voglia di correre fino a che il pianto non si trasformi in riso

    un desiderio di poter riuscire a trovare una via che dia luogo all’esserci di ciascuno di noi, con la sua infinita variante e col suo difficile portato

    Il desiderio di poter portare immagini che siano pasto, questo sì

    pasto per gli occhi

    cosa è questo fare teatro?

    Cosa è ora il teatro?

    una tenda aperta al sole del deserto

    un deserto di sabbia un deserto di case infinite che si rincorrono per le colline

    un deserto di stantia aria leccese

    un deserto dove improvvisamente nasce una rosa

    in questo modo dis-umano ci barchiameniamo per portare l’immagine di noi stessi svincolata dal nostro essere noi, un corpo che si lascia attraversare dalle mille e una notte storie

    un corpo che scornicia che esubera che ramifica

    che arriva che cerca un modo di inventare un nuovo modo

    se ne siamo capaci

    se siamo capaci di pensare che è possibile trovare un nuovo modo se si vuole vivere

    e quello che posso darti è quel poco che so

    e questo è lo spazio

    proprio ora proprio qui


    francis leonesi :

    marzo 25, 2010 alle 7:00 am | 22 mars Like a birdThis morning on the way to the theatre we go there by pullmino (a little bus just for us) I saw a man hanging a birdcage at the entrance of his shop son canari accueille les clients salue les passants and life’s just a little more pleasant

     

  • antonio palumbo :

    marzo 25, 2010 alle 7:34 am | “A perdita d’occhio, la terra,

    tutta nuda

    e piatta

    e amara come il peperone rosso.

    All’ovest, solitario e lunghissimo,

    un pioppo.”

    Nazim Hikmetun posto stretto, comprato

    a-caro prezzo, venduto

    come i sogni del più stanco di noi-

    morire per le strade, anticipando

    l’agguato


    questa stretto lembo di terra che non ci vuole

    chiede di aspettare, non chiedere, riuscire a guardare


  •  

    omar suleiman: lysistrata, prima del viaggio… (24 March 2010)





    omar suleiman Dice:

    marzo 24, 2010 alle 4:26 pm |

    APPUNTI DI VIAGGIO PRIMA DEL ………VIAGGIO

    Sabato 5 dicembre 2009

    Proveniente da Amman sono arrivato al ponte Alenby sul Giordano che dovrebbe essere la frontiera tra i territori dell’Autorità palestinese e la Giordania secondo gli accordi di Oslo, invece è sempre più controllato dall’esercito israeliano. Sembrava l’inferno sulla terra! Una folla indescrivibile di donne, bambini, anziani, qualche disperato turista straniero,che però ha dei percorsi diversi dai palestinesi, più comodi e meno stressanti. Ci sono molti pullman di pellegrini palestinesi che tornano dalla Mecca, cosa che aumenta la confusione con tutto il loro carico di valigie, pacchi regali, c’è qualcuno che porta delle stufe a gas, forse costano meno in Giordania. L’ultima volta che sono passato da qui c’erano meno sportelli e meno file inutili, ora dappertutto ci sono dei soldati che hanno massimo 18 anni, i loro superfucili mitragliatori sono più alti di loro. La cosa triste che spezza il cuore è che loro non si degnano neanche di gridare gli ordin in quel modo volgare e arrogante “asini, animali..mettetevi in fila due a due..”, ma lo fanno fare ad altri palestinesi che lavorano li come facchini e personale di pulizia.

    In certi momenti quando si prolunga l’attesa sembra che il cielo cada sulla terra, donne che si lamentano, bambini che gridano, soldatesse arroganti che in un arabo storpiato strillano a squarciagola alle donne di far stare zitti i bambini. Grazie alla mia faccia che può dire tutto meno che sono un turista, mi sono messo in mezzo a questa folla. Volevo sentirmi come loro, volevo capire. Il sole era forte e la dila era ancora all’esterno in attesa di scaricare il bagaglio dagli autobus. Giravo intorno con gli occhi e attira la mia attenzione una macchina super lusso sulla quale è scritto “servizio Vip” che si ferma di fronte a noi. L’autista scende con i documenti del passeggero per mettere i timbri sul passaporto dell’illustre personaggio, i nostri sguardi si incrociano, ci conosciamo, lui gira la testa dall’altra parte e fa finta di non vedermi e non riconoscermi. Sembra che neanche tutta quella folla di disperati esista: era Nemer Hammad, ex rappresentante palestinese in Italia, oggi uno dei personaggi importanti dell’Autorità Palestinese, molto vicino al Presidente Abu Mazen. Ho sentito una lacrima calda scorrermi sul viso, perché questa gente è così abbandonata da dio e dagli uomini, che entrambi voltano la faccia per non vedere la sofferenza della gente. Perchè una donna anziana sulla propria terra deve pregare un soldato ragazzino estraneo a questa terra per permetterle di andare al bagno o per poter comprare una bottiglia d’acqua? Perchè una rivoluzione si trasforma in un gruppo di persone che collaborano con l’oppressore dimenticando le sofferenze di madri, padri e mogli che hanno perso i loro cari, martiri che si sono sacrificati per la libertà?

    Dopo le solite tre o quattro ore di attesa riesco ad avere il mio passaporto con il visto, concesso dallo straniero per poter andare a posare un fiore sulla tomba dei miei amati genitori e abbracciare i miei parenti. Saliamo su un pullman che ci porta a Gerico e ad un certo momento sale sull’autobus un’altro ragazzo soldato, questa volta palestinese, male armato e con una divisa meno brillante e lucida del suo coetaneo dell’altra parte. Ha un compito inutile, visto che il grosso l’hanno fatto gli israeliani. Poverino, deve solo controllare che su tutti i documenti ci sia il timbro israeliano per far ripartire il mezzo, non prima di avermi chiesto perchè avevo il passaporto straniero e non palestinese e quale fosse il motivo della mia visita…sic!

    Riesco a rilassarmi un po’ dopo una doccia in albergo a Ramallah, dove mi aspettano i miei amici del Teatro Astragali di Lecce, che portano a Napoli??? un progetto molto bello da realizzare nel mese di aprile nei villaggi palestinesi lontani, dove non arriva nessuno, né dalla cooperazione ,né dall’Autorità. Sono emozionato e contento di fare questa esperienza con loro, di far conoscere e guardare la mia terra con i miei occhi e con le mie emozioni. In due giorni riusciamo a fare un ottimo lavoro di preparazione, ci colpisce molto questa città che non sembra sotto occupazione, come una ciliegia finta, di plastica cinese, messa su una torta di carnevale. Piena di bar e ristoranti pieni di gente, di giovani che sono fuori fino a tardi, moltissime macchine nuove, molti uomini d’affari, palestinesi e stranieri, negli alberghi, ma alle sue porte ci sono i soldati israeliani che in qualsiasi momento vogliono entrare per arrestare qualcuno, lo fanno avvisando l’Autorità. E allora tutto questo sparisce.

    L’altra notte non riuscivo a prendere sonno, mi sono preparato e sono uscito facendo attenzione a non disturbare e a non svegliare il mio amico Ivano, compagno di stanza. Erano le 5.30, ho fatto un giro per la città che si risvegliava lentamente, sono finito davanti ai mercati generali della frutta e verdura, mi sono messo lì con una tazza bollente di caffè al cardamomo ad osservare i commercianti scaricare i camion. Che ferita al cuore!! La maggior parte della frutta e verdura, l’80% direi, era in confezioni con la scritta in ebraico ed è stato spontaneo domandarmi se fosse merce proveniente dagli insediamenti intorno la città, merce coltivata dagli oppressori in terre confiscate magari a questi stessi commercianti. Ci rubano la terra più fertile e le fonti d’acqua, costruiscono gli insediamenti e le serre e noi dobbiamo comprare e consumare i prodotti della nostra terra sfruttata da altri? M’è venuto da sorridere pensando a tutti i tentativi di boicottaggio, apprezzabili per l’amor di dio, che si fanno in occidente, ma basterebbe fare un giro qui, nei negozi e nei supermercati, salire sui mezzi di trasporto o andare nelle banche per capire che il lavoro bisogna farlo qui. I negozi sono pieni di prodotti israeliani, perfino il sapone ed il latte, la gente in Palestina usa la moneta israeliana, più di 4 milioni e mezzo di persone danno un contributo importantissimo all’economia dello stato occupante, anche le banche, perfino il bilancio del governo dell’Autorità Palestinese viene calcolato in shekil, la moneta israeliana!

    Oggi 8 dicembre i miei amici sono ripartiti per l’Italia, mi sento un po’ solo, ma stasera mi sono fatto avvolgere dal calore degli abbracci e dell’affetto dei miei parenti nel mio piccolo, bel villaggio. Nella testa c’è tanta confusione, rabbia, ma negli occhi tristi nel vedere questa terra martoriata anche un po’ di commozione.



    Dovevo incontrare la cantante palestinese Rim Al-Banna, per organizzare un’iniziativa a Napoli, l’ho chiamata ed eravamo rimasti che ci saremmo visti a Nazereth ,durante questo mio viaggio in Palestina , per concordare la data di gennaio 2010.

    Ma al mio arrivo al ponte Allenby, al confine con la Giordania, dopo le ore di attesa di cui ho scritto qualche giorno fa, il soldato incazzato dalle mie risposte alle sue provocazioni mi aveva stampato il visto di ingresso solo per i terretori occupati “only for palestinian authority” e questo voleva dire che non potevo andare neanche a Gerusalemme che considerano territorio “israeliano”.

    Quando mi sono sentito con Rim, abbiamo trovato un modo per farmi arrivare a Nazareth. Così il giovedi sono passato per Haifa e nel risalire la Galilea siamo passati per una cittadina che si chiamava Hawwaseh e ora non so che cavolo di nome ci hanno messo.

    Quando il pomeriggio sono ritornato al mio villaggio ,vicino a Nablus, sono corso nella nostra vechia casa, ora centro culturale per i giovani del villaggio, è una bella casa di pietra bianca di palestina ,un ambiente unico che si poggia su quattro colonne che finiscono in un soffitto a copula come una moschea o una chiesa..il colore allora era blu..con la ristrtturazione del soffitto qualche piccola machia blu è rimasta ancora li..Quando ero piccolo mi stendevo sul pavimento e guardavo il soffitto immaginando il cielo stellato ,e quando era sera mi stendevo sull’erba della terra vicino a casa, guardavo il cielo stellato ed immaginavo il soffitto della mia casa..Anche giovedi pomeriggio mi sono steso sul pavimento e ho fatto volare la mia immaginazione. Mio padre anora giovane avava perso la sua prima moglie che gli aveva lasciato due bambine in tenera età, subito dopo aveva sposato mia madre che era molto giovane, poco più grande delle figlie.

    Ho pensato a questi due sposi ,lui giovane, forte, padre di due bambine e lei ragazza sposa, bella con occhi splendidi, neri e grandissimi che non sapeva come fare con queste due figlie che si è trovata in questa piccola casa, con un giardino che si affaccia sul mare della Galilea, si chiamava Hawwaseh, appunto!!! La mattina lui andava a lavorare nelle ferrovie di Haifa e lei rimaneva in casa con le due bambine e la vicina di casa palestinese, il pomeriggio lo passavano nel giardino a chiacchierare cone le loro vicine, ebree, si scambiavano gioie e dolori, pioggia, freddo e sole e non solo. Si scambiavano uova con farina o grano con frutta ed erano gli inizi degli anni quaranta del secolo scorso, quando nasce un’altra bambina e nel 43 il primo maschio. Nel 1948 mia madre era incinta del terzo figlio quando hanno dovuto abbandonare Hawwaseh , per rifugiarsi con mio zio e la sua famiglia, non all’estero come sono stati costretti tanti, ma nella cittadina di Burqa e poi nel villaggio di Nisfjbil, dove oggi hanno trovato sepoltura.

    Ho pensato come sarebbe ora la nostra vita se fossimo rimasi lì in quella piccola casa che tra l’altro esiste ancora, mio padre è morto sognando di poterla solo vedere un’ ultima volta. Saremmo sparsi in tanti paesi come lo siamo ora? La famiglia dei nostri vicini ebrei sarebbero rimasti lì ancora?..e io? Cosa starei facendo ora…laureato, pastore o pescatore? Insomma ho immaginato un’altra Palestina, senza posti di blocco, muro, insediamenti e soldati. Meno triste e più gioiosa, con più alberi di ulivo e fiori che colorano montagne, balconi e terreni…

    Ora devo correre a casa di mio fratello, mi stanno cercando perché dei parenti vogliono salutarmi. Domani si parte per la Giordania per fare ritorno in Italia

    Omar Suleiman – Palestina

     

    lysistrata – amman 23 marzo (23 March 2010)



    roberta quarta Dice:

    marzo 23, 2010 alle 10:55 am |

    DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Alla ricerca dell’animale.

    New key words. Extra effort, tonight nothing appears. L’idea di una scrittura pubblica mi frena.

    Quello che diceva Fabio rispetto alla questione femminile e alla comprensione profonda dell’autonomia da una produzione di pensiero maschile è cruciale.

    A volte si dimentica l’orizzonte di Lysistrata, o meglio la sua azione.

    Nient’altro, un’azione che vede chiaro nelle cose, che possa anche essere una cesura, un’inversione, l’impensabile.

    Cosa facciamo qui con Lysistrata, con tutte le complicazioni che comporta, con questa ostinazione che a volte si schianta?

    Che cosa è ridere? Che cosa può produrre una risata? Una esplosione di vita.




    Iula Marzulli Dice:

    marzo 23, 2010 alle 10:56 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN(…) Concetto di epimeleisthai, “prendersi cura di se stessi”. I problemi posti sono due, a) che cosa sia il sé di cui si deve prendere cura, e b) in che cosa consista questa cura. In primo luogo, dunque, che cos’è il sé?

    “Sé” è n pronome riflessivo, e ha due significati: Auto, significa infatti “il medesimo” ma veicola anche la nozione di identità. Questo secondo significato fa sì che la domanda si sposti da: “che cosa è il sé” a “su quale piano troverò la mia identità?” da Michel Foucault “tecnologie del sé”

     


    Eleonice Mastria Dice:

    marzo 23, 2010 alle 10:57 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Un senso che si rinnova per questa nostra Lysistrata araba. Tutto è rimesso in discussione. Si trasforma. Lysistrata indosserà abiti nuovi.

    Lavoro sui canti come priorità, come necessità di arrivare a chi ci guarda nonostante le eventuali difficoltà linguistiche. E’ molto interessante farsi accompagnare in questo viaggio con persone di cui non possiamo vedere il volto, ma possiamo leggerne le parole.

    Siamo in attesa di scoprire e definire questo gruppo di lavoro.

    E continuiamo ad interrogarci intanto sul femminile, sulla comicità, sull’oscenità del potere e su cosa significhino in questi luoghi queste parole.

    Ritorna l’imperativo di far ridere ed è questo che dobbiamo continuamente tener presente.


    Serena Stifani Dice:

    marzo 23, 2010 alle 10:58 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Avvertire l’essere doppio di questo lavoro, che l’essere doppio è proprio la sostanza stessa di questa Lysistrata.

    E il doppio entra en tutta le parti del lavoro, si costituisce quasi come “metodo”.

    Proprio ieri dicevamo le nostre parole-chiave. Due. La prima, la parola-chiave del nostro sentire in quel momento, del nostro intimo anche.

    La seconda, su richiesta di Fabio, che ci chiamava a uno sguardo più complesso e comprensivo di tutto, diceva invece di un’apertura verso il mondo, il senso di fare Lysistrata qui.

    E le parole-chiave potevano ancora sdoppiarsi in un movimento infinito, nell’atto mancato che ogni parola porta con sé, la disseminazione di ogni parola o invece nel nuovo sguardo che traccia altro senso.

    Ma doppia è questa Lysistrata. Doppia è la comicità. Doppia è l’oscenità.

    Come fare che questo doppio non diventi contraddizione impraticabile?

    Doppia è la comicità, come dice Agamben riferendosi alla Commedia di Dante: “la distanza antitragica tra attore e ‘persona? Diventa qui scissione ‘comica’ tra natura umana (innocente) e persona ( colpevole)… per questo, mentre la commedia – che rifiutava l’identificazione col prosopon, tanto più che essa aveva al suo centro la figura del servo, cioè dell’ apròsosòs per eccellenza – ha conservato nella cultura moderna la maschera, la tragedia ha dovuto necessariamente sbarazzarsene. Chi compie il viaggio nella Commedia non è un soggetto, un Io in senso moderno della parola, ma insieme una “persona” e la “natura umana”.

    E qui sarebbe importante capire la funzione della comicità per la critica, sarebbe importante perché all’attore comico, al folle, al giullare di corte è delegata la funzione del dire la verità ( Re Lear di Shakespeare) e come noi ci poniamo ora, con questa consapevolezza, in questo contesto.

    E’ doppia l’oscenità: oscenità del potere ( e anche in questo si schiude un doppio) oscenità della bellezza.

    Da le mille e una notte , la verità è in molti sogni, non in uno solo, la verità è nei sogni di molti, non nel sogno di uno solo.


    Antonio Palumbo Dice:

    marzo 23, 2010 alle 11:12 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    “ La mia vita continua.

    Il vento volge i miei giorni sul duro

    Sentiero, me e la mia gente,

    ci accolgono ai bordi

    roccia, spine e croce,

    la mia vita con la mia gente continua.

    dietro il fiume boschi di brune lance

    si scuotono e crescono

    e la furia della tempesta

    svela il mistero e dona al mondo drago

    il segreto delle parole

    strepiti e burrasche

    fiamme e scintille

    bruciano i passanti sul duro sentiero

    e a gruppi le vittime

    in un solo abbraccio cadono

    in una morte fraterna

    e la notte, per lunga che sia,

    genera ancora astri che seguono i passi del sentiero.

    L’oscurità è stelle

    La mia terra è melagrana, zampilla sangue

    Mormora

    E la mia vita continua,

    la mia vita continua.”

    Fadwa Tuqan

    A coloro che sfiorammo

    A color che sfioreremo

    Al loro dolore, per amare della bruciatura


    Manuela Mastria Dice:

    marzo 23, 2010 alle 11:13 am | DIARIO DI LAVORODA AMMAN

    Dalla luna mi è caduto

    un biglietto d’amore

    e, incanto per gli occhi,

    ha offerto la sua luce.

    Bello a vedersi

    La sua bellezza raddoppia

    quando ne leggi le parole

    che sono altrettanti fiori.

    Signor mio tieni pronto l’elogio funebre di un uomo il cui cuore si è fermato fra le tappe della commozione e quella della diffidenza.Aprire fino al punto in cui non c’è più confino tra te e me, non c’è più confine. Essere un canto piccolo e feroce. Un rimprovero necessario per richiamare le nostre mancanze. Per farla uscire questa vita che sanguina dagli occhi. La parola chiave è cazzuto, che è penetrare, essere uomo e donna, accettare il gigantismo della procreazione, l’eccesso che ci abita. Priapo e il suo fallo enorme, le falloforie e l’abisso. Non ritirarsi verso il proprio segreto. Verso la propria ambiguità.


    Francis Leonesi Dice:

    marzo 23, 2010 alle 11:14 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Primavera

    Eccò, ci siamo here we are JordAmman it’s Jordan man to me Aman looks like a long no ending highway ( to heaven ?) with a hord of houses ( ten thousands beneath the trees) and huge buildings on each side you do need a car here no romantic passeggiata in the good ole historical hysterical city la nostalgie n’est plus ce qu’elle était ! yesterday we started the training back to the collective exercices for me damned good ! primavera chi prima verra riderà vero ?


    Lenia Gadaleta Dice:

    marzo 23, 2010 alle 11:15 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Questo luogo che non conosciamo,

    che non guardiamo se non per brevi passeggiate o sbirciando fuori dal finestrino del pulmino…

    hotel teatro

    teatro hotel

    l’incontro è coi volti

    e con i racconti di chi ha scelto di percorrere con noi giorni strani dal tempo dilatato

    la nostra storia in una sola parola

    intrecciata contemporaneamente a Lysistrata

    qui abbiamo scoperto che anche gli animali parlano lingue diverse

    miao, miau, miu

    bau bau, au au, huf huf

    chicchirichì e cocoricò


    Gaetano Fidanza Dice:

    marzo 23, 2010 alle 11:15 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN

    Siamo chiamati ad un lavoro molto difficile in questi giorni.

    Viene a mancare la comunanza linguistica tra noi e i nostri interlocutori e così il lavoro comico non può non essere che lavoro di corpo, di suono, di ritomo.

    -lavoro sull’immagine anche-.

    Relazione con chi guarda e capacità di variazione.

     

    fabio tolledi: sul teatro e altro (20 March 2010)



    quando una compagnia di teatro parte…

    è usuale per una compagnia di teatro caricare e partire. le compagnie si chiamano di giro, partire è il momento ordinario dell’avventura straordinaria del fare teatro.

    ma questa volta è diverso, è sicuramente diverso.

    in questi anni abbiamo conosciuto luoghi che ci hanno profondamente cambiato, che hanno aperto il nostro orizzonte e hanno cambiato il baricentro del nostro mondo.

    negli anni ‘80, quando ho iniziato a fare teatro, che ho iniziato a studiare teatro in quella che fu la nostra università, il terzo teatro, l’antropologia teatrale che qui aveva un punto di riferimento ci insegnava che questo Salento era un luogo delle perdute origini del fare teatro, luogo da cui passare, che non si poteva incrociare di passaggio, luogo verso cui un poco andare per trovare quelle tracce tra oriente e occidente, periferia infinita o botola della storia (per dirla ancora una volta con Bodini), la nostra signora dei turchi era una madonna del migrante (Bene) o il corpus domini celato dal drappo viola (Barba). Ecco, il teatro della fine del secolo scorso era la memoria ferita e tradita del migrante che in sé, nel proprio corpo segna la ferita dell’abbandono della propria terra, non il segno della resistenza.

    A partire dalla metà degli anni ‘90 abbiamo capito che il pensiero meridiano ci imponeva di pensare a partire da noi, dalla nostra condizione concreta, di una terra concreta e violata. E abbiamo fatto di questa Salento il luogo molteplice di un teatro possibile. È il mediterraneo, questa terra.

    e allora abbiamo cominciato a girare tra pari nella terra crosta sorella. La Grecia prima di tutto. Non la Grecia antica, ma la Grecia contemporanea e antica nel contempo, nel tempo condiviso proprio del teatro dell’ora e qui. Tra queste MINNE VAGANTI che l’industria dello spettacolo ci dona, tra questi grandi eventi che inaridiscono questa terra, tra i musicisti divorati dallo star system che tutto rende uguale e consumabile, tra un DE-MARTINI di questo Salento da bere, che senso ha cercare di scovare il senso del teatro, il senso di una comunità impossibile, inconfessabile, impraticabile?

    Che senso ha dunque, ancora, oggi, partire, da qui, con il proprio teatro?

    “Fatevi dare un teatro” esortava l’Antonio Verri in Fate fogli di poesia. E allora alla Grecia, vera e senza vesti o vestali abbiamo aggiunto l’Albania, il Kosovo, Cipro, la Siria, il Libano, la Giordania, la Francia, il Marocco, la Spagna. e dovunque abbiamo trovato gente che chiedeva, che domandava al teatro quello che mai avrebbe potuto trovare dentro un televisore, al cinema, in una sede di partito, anche in una università.

    Perché quello che accade in un teatro vivente è l’incontro tra donne uomini. Perché quello che accade in un teatro è la vita.

    Questo strano percorso ci porta oggi ad incontrare la Palestina. la terra da cui viene Gesù Cristo, il luogo dove una ingiustizia assoluta ha luogo da più di sessant’anni.

    un luogo dove la buona coscienza dell’Europa ha pagato il proprio debito con la Shoah. Vi pare strano il termine shoah in arabo si dice nakba: la catastrofe. Lo stesso termine indica il progetto di genocidio nazista e la perdita della terra e il progetto di genocidio nelle terre sante.

    migliaia di profughi, migliaia di morti.

    E noi con il nostro teatro, andiamo a raccontare le nostre storie lì. Lì dove la storia soffre. Lì dove il Mediterraneo sanguina. Lì dove il povero Cristo si è sacrificato. Dove i poveri cristi, a Gaza, vivono in condizioni disumane, dopo una aggressione militare che ha massacrato centinaia di donne e uomini e bambini. Lì dove un muro di 480 chilometri viene costruito, dopo il muro di Berlino, contro il muro di Berlino, contro la falsa coscienza del democratico occidente, del nostro caro near-west.

    E lì porteremo Perse. dopo averlo fatto sul mare del CPT Regina Pacis di San Foca, dopo averlo fatto vicino al muro che divide Nicosia tra parte Greca e Turca, parleremo con parole incomprensibili, con le parole di Jean Genet che parla di Sabra e Chatila, campo profughi di palestinesi, dove miglia di donne, bambini e anziani furono massacrati. E Genet ci diceva parole della bellezza, della resistenza della bellezza, del cuore che batte e riesce a cogliere la bellezza anche dentro la distruzione. Bella come una ragazza palestinese che ride. questo è il viaggio di un piccolo teatro, che viaggia da solo. Un piccolo teatro che come dice Testori, a noi scarrozzanti, scopre continuamente che la funzione del teatro sta alle radici dell’indicibilità

    Fabio Tolledi



    Ho sopra riportato il commento  di Fabio Tolledi al post sul progetto “Roads and Desires”. Un testo che porta a tante riflessioni e testimonia tutto un approccio all’arte, al teatro, alla vita, all’altro (noi stessi) che si fa forma di resistenza, esigenza di “dare senso” in tempi di simulacra e imbonitori spietati.  Un testo/mappa che propone una geografia poetico-esistenziale a me particolarmente cara (Bodini-Bene-Verri…), di pensieri “meridiani”  che ci ricongiungono ai luoghi del sempre.

    Ripropongo una mia poesia scritta dopo un incontro con Roberto e mio fratello Doriano e a entrambi dedicata (l’essere andato via è vissuto a volte con senso di colpa; in loro ritrovo quello che mi sarebbe piaciuto fare se fossi rimasto).

     Poeti

    Vi vedo in foto libri fuori stampa

    uomini con barbe nere occhio brillo

    donne scintillio di passioni fresche.

    Allora conoscevo appena il nome

    tutto sembrava succedere altrove,

    mentre voi uno ad uno morivate

    giovani come polipi sbattuti

    sulle rocce di Badisco, sbranati

    dalla vertigine di un altro volo.

    Avrei voluto vedervi invecchiare

    allegramente preparare il viaggio

    a Leuca con cappelli a larghe falde,

    vi leggo invece nelle ore tarde

    scandaglio di questa striscia di terra.

    A.L.

     

    lysistrata online (20 March 2010)



    Lysistrata online:

    in Lisistrata - Roberto Matarazzo

     

    roads and desires (astràgali teatro) (17 March 2010)

     

     

    ROADS AND DESIRES – theatre overcomes frontiers


    within the framework of the European Union “Culture Programme 2007-2013”

    Frontiers are places of division and conflict, places of men facing each other, watching over each other. The frontier floods towards the front, in the construction of an enemy otherness, taking the difference as distance and danger. The drift of frontier to the front can become dramatically prominent: walls, trenches, barbed wire, buffer zones, electrified fencings, watch towers, roadblocks, checkpoints are scars that disfigure a land, that separate populations, that produce an insurmountable, impassable conflict .

    The possibility of a multicultural, multi-language theatre, that comes out of the encounter of different languages and cultures, stands against frontiers and separation, as principles of conflict. An itinerant theatre that deals with the possibility of dialogue through concrete artistic practices, in order to remove frontiers to dialogue, and create a fluid and crossable cultural space.

    The project, promoted by Astragàli Teatro, aims to improve mutual knowledge, recognition, respect of cultures as a way to overcome frontiers and separations. To do that collaboration between Italian, Palestinian, Jordanian, Greek, Cypriot, French, English artists and cultural operators, mobility and circulation of cultural products and joint productions will be promoted. Freedom of movement and of expression for artists living under occupation is a significant challenge to break a seemingly endless cycle of violence and oppression. It is thus important to implement artistic actions between Palestine, Jordan, Italy and other countries, involving artists, cultural operators, civil society, youth.

    Three international artistic residencies will be realised:

    -residency in Amman (Jordan) in March 2010

     -residency in Sebastiya, Nasfjibil and Ramallah (Palestine) in April 2010

    - final residency in Lecce (Italy) in July 2010 

    In each residency several activities (workshops, performances, meetings) will be carried out and artists will work at the creation of a joint performance.

     

    ROADS AND DESIRES – theatre overcomes frontiers

    con il supporto del “Programma Cultura 2007-2013” dell’Unione Europea

     Le frontiere sono luoghi di divisione e di conflitto, luoghi di uomini che si fronteggiano, che si sorvegliano. La frontiera deriva verso il fronte, nella costruzione di un’alterità nemica, che considera la differenza come distanza e pericolo. La deriva della frontiera verso il fronte può diventare drammaticamente evidente: muri, trincee, filo spinato, zone cuscinetto, barriere elettrificate, torri di controllo, blocchi stradali, posti di blocco sono cicatrici che sfigurano una terra e separano le persone, che producono un conflitto insormontabile, insuperabile.

    La possibilità di un teatro multiculturale e multilinguistico, frutto dell’incontro di differenti lingue e culture, si pone contro le frontiere e le separazioni, come principi di conflitto. Un teatro itinerante che si confronta con la possibilità del dialogo attraverso pratiche artistiche concrete, per rimuovere le frontiere al dialogo, e creare uno spazio culturale fluido e attraversabile.

    Il progetto, promosso da Astràgali Teatro, intende favorire la conoscenza reciproca, il riconoscimento, il rispetto delle culture come modo per superare le frontiere e le separazioni. A tal fine saranno attivate collaborazioni tra artisti e operatori culturali italiani, palestinesi, giordani, greci, ciprioti, francesi, inglesi, e sarà favorita la mobilità e la circolazione di produzioni e iniziative culturali. La libertà di movimento e di espressione tra artisti sotto occupazione è una sfida fondamentale per rompere un ciclo di violenza e di oppressione apparentemente senza fine.  E’, pertanto, importante realizzare azioni artistiche tra Palestina, Giordania, Italia, coinvolgendo artisti, operatori culturali, società civile, giovani.  

    Saranno realizzate tre residenze internazionali:

    -residenza ad Amman (Giordania) a marzo 2010

     -residenza a Sebastiya, Nasfjibil e Ramallah (Palestina) ad aprile 2010

      - residenza finale a Lecce (Italia) a luglio 2010  

     In ciascuna residenza si svolgeranno diverse attività (workshop, spettacoli, meeting) e gli artisti lavoreranno alla creazione di uno spettacolo comune.

     

    lysistrata (roads and desires) (17 March 2010)



    Performances


    29 March 2010, 21:00



    Talks


    30 March 2010

    Le forme della comicità nel teatro nell’area mediterranea


    Meeting internazionale organizzato da Astragàli Teatro, in collaborazione con Al-Fawanees Theatre, all’interno del progetto Roads and desires – theatre overpasses frontiers, progetto internazionale di Astràgali Teatro sostenuto dal programma Cultura 2007-2013 Paesi Terzi dell’Unione Europea.

    Il Meeting si svilupperà intorno al tema Le forme della comicità nel teatro nell’area mediterranea. Sono previsti gli interventi di Fabio Tolledi, regista di Astràgali Teatro, Nader Omran, regista di Al-Fawanees Theatre, Theodore Grammatas, docente di studi teatrali presso l’Università di Atene e critico teatrale, Piero Fumarola, docente di Sociologia presso l’Università del Salento, Abele Longo, docente presso la School of Arts and Education all’Università Middlesex di Londra, Edgar Schröder, docente presso la School of Arts and Education dell’Università Middlesex di Londra, Benedetta Zaccarello, ricercatrice del Centro Nazionale di Studi Filosofici di Parigi, Mari-Mai Corbel, critica teatrale di Movement Magazine. Con la partecipazione di critici teatrali e registi giordani e arabi.

     
    Astragali Teatro via G.Candido, 23 - Lecce tel: +39 0832 306194 email: astragali@libero.it