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by Banksky
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Le forme del comico nel Mediterraneo
Lecce, Teatro Paisiello, 9 Agosto 2010
ore 18.30
Programma della giornata
Da Baubo a Lysistrata: orizzonti teorici sul corpo comico
Fabio Tolledi (Astragali Teatro, Università del Salento), ‘Ma non mi faccia ridere!’
Benedetta Zaccarello (ITEM, CNRS-ENS, Parigi, FR), ‘Erotica del riso: il corpo comico come estetica convulsiva’
Tavola rotonda. Oltre ai relatori interverranno: Vincenzo Cuomo (Napoli, co-direttore di Kainos), Antonio Borruto (Università del Salento ).
Da Lysistrata alla commedia di ricerca: riflessioni su una sperimentazione teatrale
Abele Longo e Edgar Schröder (University of Middlesex, UK), ‘Traduzioni e trasgressioni, da Operation Lysistrata alla Lysistrata di Teatro Astràgali. Attivismo e pratiche teatrali a confronto’
Tavola rotonda. Oltre ai relatori interverranno: Pietro Fumarola (Università del Salento), Victor Jacono (Università di Roma ‘La Sapienza’ e Università di Malta) e gli attori di Astragali Teatro.
Genere minore, tradizione carsica e reietta rispetto alla più nobile e filosofica forma tragica, il comico si rivela capace, ad uno sguardo più attento, di aprire prospettive desuete e insperate sul corpo e la carnalità; sull’altro e la comunità; sul pensiero stesso e sul potere. Troppo spesso dimenticata dai percorsi della teoria ed affrontata con frettolosa difficoltà dalle prassi teatrali (salvo il suo trito ricadere nella maschera indolore della farsa commerciale), la commedia domanda dunque di essere ripensata fin dalle sue radici, siano esse nel komos o nelle pratiche pre-comiche, attraverso un’esplorazione congiunta delle sue manifestazioni storiche e culturali – in tradizioni rivendicate o in ritualità più sotterranee – e delle sue possibilità teatrali, dai confini del suo immaginario alla fenomenologia delle tecniche attoriali finalizzate al riso.
Ad un anno dall’inizio della ricerca su Lysisitrata, Astragali Teatro propone una prima stazione di riflessione e discussione che tenga insieme, nel suo breve arco, il tentativo di una ponderazione generale in merito alla comicità e una ricognizione dei risultati che la sperimentazione compiuta teatrale ha dischiuso anche sul piano teorico.
![weekend-35m[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/07/weekend-35m1.jpg?w=344&h=258)
I passages di Amman,
mi chiedo cosa avrebbe pensato Walter Benjamin traversando le strade e i vicoli che formano il suq di Amman.
I passages di Parigi sono quelle costruzioni in vetro e ferro che uniscono due strade, piene di negozi e vetrine, sono le nostre gallerie cittadine, sono forse il prototipo delle finte piazze dei grandi centri commerciali.
In Benjamin sono anche la metafora di Parigi capitale del XIX secolo, della modernità. Vetro e ferro come metafora della trasparenza e della forza. Luogo dell’apoteosi della merce e della pubblicità.
Ecco, il suq di Amman è l’esatto opposto dei passages parigini: cemento in luogo del vetro e del ferro, stretti cunicoli dove si assommano sarti e barbieri, infiniti mercati dell’usato, di merce che è passata di mano in mano senza necessariamente il consenso del proprietario originale, negozi che vendono assieme strumenti musicali e uccelli, rendendo omaggio forse alla famosa virtù canora degli splendidi volatili, venditori di succo di canna da zucchero, e poi il mercato delle erbe, tripudio della fratellanza con la chiazza cuperta, e come nelle nostre feste paesane venditori di pulcini, papere, galline, conigli: tutto rigorosamente vivo. Come al vivo, sotto i tuoi occhi è il taglio della carne. E poi erbe e spezie appena colte: camomilla verde, ogni sorta di frutta secca, essenze che sprigionano odore vivo, forte, deperibile. E in questo mi sembra chiaro che passiamo dal vivido istante della vita, povera e difficoltosa che sa il peso della più piccola moneta al dispendio compulsivo del compri 3 e paghi 2, delle carte di credito, della lunga conservazione, del consumabile. Questi sono luoghi, poco decorosi, poco puliti, poco onesti, ma luoghi. A fronte dei non luoghi infinitamente uguali delle catene commerciali.
Siamo venuti nel suq di Amman per farci incantare dalla vita, dalle urla dei venditori. Senza esotismo, se è possibile. Senza orientalismo, se ne siamo capaci.
Kuššu ‘ala al ma’rad al ‘ašra bi dinar: venite a vedere, 10 per 1 dinaro.
E poi sulla piazza davanti alla moschea disoccupati bodiniani al sole, con gli strumenti di lavoro, pronti per essere chiamati a giornata. Ci fu un tempo, in cui una bimba mi regalò, per il mio compleanno una scatola di passatiempi. Quell’intervento lo chiamammo di arte concettuale. E qui, tra i venditori di lupini, quelli che Verri si metteva in testa da bambino per fare il verso alla luna, trovo il mio tempo, la mia indolenza antica, la mia sete di vita. La vita dei profughi, gli infiniti campi, qui ad Amman dove ci sono 1 milione di profughi scappati dalla guerra in Iraq, che celebrano così l’importazione della democrazia, qui in Giordania dove il 60% della popolazione è palestinese, qui dove il Mediterraneo si coagula e mostra tutte le sue contraddizioni, tra bellezza e strazio della storia.
Fabio Tolledi
Fabio Tolledi ![]()
Astragali
Persae, Teatro Astragali![natale+palestina[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/06/natalepalestina1.jpg?w=400&h=283)
Parlo.
Tutti i giorni parlo.
Le prove alla mattina di Persae che dovremo portare al Festival di Ramallah, venerdì prossimo, i tre laboratori dalle 2 alle 8 con le donne, gli studenti dell’Università di Nablus, con gli uomini e i ragazzi di questo paese, Sebastia.
E parlo.
Parlo del teatro.
E tutte queste persone ( più di cento) mi raccontano della loro vita, con le loro speranze, con la loro disperazione.
E io, muto, parlo.
Omar, universitario di Nablus, ventidue anni. Andavamo tutti gli anni, almeno una volta, alla Grande Spianata delle Moschee, a Gerusalemme. Ad Al Aqsa ci andavamo ogni anno io i miei fratelli e i miei cugini giocavamo e correvamo, lungo i grandi muri davanti alla moschea. un anno ho lasciato mezzo shekel, era la monetina che ci dava nostro padre nei giorni di festa. E con mio fratello abbiamo cercato una fessura dentro quel grande muro, per lasciare quella monetina. Era un gesto strano, fatto di nascosto, perche’ quel piccolo soldo era la sola cosa che ci poteva dare nostro padre, ché lavoro ce n’era poco, e i soldi erano tutti sudati. Comunque abbiamo trovato la fessura giusta per lasciare la monetina. Sono passati dieci anni da allora. Non siamo potuti più tornare alla moschea di Al Aqsa. E questo è il mio segreto. Ed è solo mio ormai, perché è stato ucciso dai soldati israeliani. E solo io posso tornare ora a riprendere la monetina, il nostro mezzo shekel.
Io parlo.
Tutti i giorni parlo del teatro.
Dell’importanza di dire e di non restare muti.
Ma io, muto, parlo.
E riconosco la mia infanzia.
L’infanzia del mio mondo.
Rivedo i muri poveri di Lecce, d’estate. O le periferie infinite di Milano. Il cortile e la ringhera.
E gli odori, e i colori.
Rivedo i bambini, infiniti bambini, giocare per strada. Copertoni di auto. Animali. Terra e sabbia su cui rotolarsi di continuo. Ci si chiede in questi istanti come sia possibile questa terribile ferita della storia nel nostro mare comune.
basta guardare il cemento e i tetti rossi spioventi degli insediamenti dei coloni. spazi perfetti, puliti e ordinati come una banca. Appunto, come una banca
parlo e mi chiedo qual è lo spazio del desiderio. una società laica e aperta, colta e curiosa, che si trova spinta nella assoluta assenza di giustizia e speranza. una società che si ripiega nella deriva devozionale. le classi nelle scuole di questo piccolo paese non sono miste. a noi ci chiedono di lavorare separati.
Sempre più.
Stiamo lavorando in Samaria. La parabola di Gesù del buon samaritano cerca di spiegare chi è il prossimo a sé che si deve amare.
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione.
Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”.
Ahmad è un ragazzo palestinese con cui abbiamo lavorato già tre anni fa in Giordania. Con lui abbiamo lavorato anche quest’anno ad Amman, è un bravo attore con molte prospettive davanti a sé per questo duro mestiere. Il festival di Ramallah è riuscito ad avere un permesso di ingresso per una settimana, per il nostro spettacolo con lui. E ieri sera è arrivato in Palestina. Ahmad, ragazzo palestinese, vede oggi, per la prima volta, la sua terra all’alba.
È un ragazzo forte, enorme. Per National Geographic sta facendo il ruolo di Gesù in una docufiction e si può dire che Ahmad, giovane attore palestinese, impersona il palestinese più famoso della storia (d’Occidente).
Qui a Sebaste c’è un antico teatro romano, questa città si chiamava Augusta, e forse ne ha parlato Italo Calvino per le chiare discendenze del dominio degli imperatori. Una scolaresca tutta di bambine fa visita ai ruderi romani, dalle colline spunta qualche carro armati israeliano, proteggono un nuovo insediamento di coloni che si espande. Le bimbe evidentemente abituate al terrore ‘ordinario’ abbassano gli occhi.
Gli insediamenti dei coloni, ossessivamente, mi ricordano i film western.
Western, si sa, significa occidentale.
Una evidenza che forse non si ricorda abbastanza.
Arrivano gru, bulldozer e auto da guerra corazzate. Prendono una collina che domina la vallata circostante. Se c’è un villaggio di ottocento – mille persone viene evacuato e confiscato. Le case costruite vengono donate a ondate di emigranti che provengono da ogni parte del mondo. Mi chiedo se sia pensabile questo se accadesse in Brianza. Gli insediamenti sono un abuso disumano, ho incontrato decine di uomini e donne che hanno portato racconti, sogni, canti. E tutti hanno una storia di espulsione, di lutto, di violenza subita da 60 anni. È difficile, è maledettamente difficile parlare di pace in questi posti.
E il mio teatro tenta di fare questo.
E cerco le parole di Capitini, Dorso, Rossi Doria, di Danilo Dolci. E mi chiedo come sia possibile pace senza giustizia. E mi chiedo come sia possibile il teatro senza umanità e un senso profondo del fare.
Adorno si chiedeva come fosse possibile fare poesia dopo Hiroshima e dopo Auschwitz, alle scuole elementari mi insegnavano la poesia di Salvatore Quasimodo che diceva “e come potevamo noi cantare, con il piede nemico sopra il cuore?”, e Brecht – quello che usammo per Ali, il nostro primo spettacolo di sedici anni fa – che si chiedeva “quali tempi sono diventati questi, se parlare di alberi sembra quasi un delitto”.
Ecco, non capisco come si possa fare poesia, ancora, con questa ingiustizia profonda che continua e che può solo produrre disastri e disperazione.
Eppure.
Eppure forse proprio in questa disperazione, le donne e gli uomini possono ancora trovare uno scarto ultimo di umanità.
Parlo, parlo di Gilgames e di come il suo raccontare ad altri, il suo raccontarsi, renda immortali.
Tutto si assomma in un miracoloso attendere delle parole, un dipanarsi quasi bambino degli sguardi, un silenzio che chiede, continuamente e insaziabile, chiede: Tornerete? Tornerete ancora?
Certo, vorremmo.
Le attraverseremmo sempre queste frontiere.
Fabio Tolledi![250px-Sebastia_vill[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/04/250px-sebastia_vill1.jpg?w=250&h=187)
I speak.
Every day I speak.
The rehearsals of Persae in the morning, the performance we have to present in the Festival of Ramallah, next Friday, the three workshops from 2 to 8 pm with the women, the students of the University of Nablus, with the men and the guys of this village, Sebastia.
And I speak.
I speak about theatre.
And all these people (more than one hundred) tell me about their lives, with their hopes, their desperations.
And me dumb, I speak.
Omar, student at Nablus University, twenty-two years old. We used to go every year, at least one time, to the big Esplanade of the Mosques, in Jerusalem. We used to visit the Al Aqsa Mosque, me and my brothers and my cousins, we used to play and run, along the big walls in front of the mosque. Once I left half a shekel, it was that little coin that our father used to give us in the feast days. And with my brother we looked for a chink in that big wall, to leave that little coin. It was a strange gesture, made in secret, because that little coin was the only thing that our father could give us, ’cause there wasn’t much work, and money was always hard-earned. Anyway we found the right chink to leave the coin in. Ten years passed from that day. We couldn’t go back anymore to the mosque of Al Aqsa. And this is my secret. And now it is only mine, because my brother has been killed by Israeli soldiers. And it’s only me who can go back there to take the coin back, our half shekel.
I speak.
Everyday I speak about theatre.
Of the importance of telling and not being dumb.
But me dumb, I speak.
And I recognise my childhood.
The childhood of my world.
I see again the poor walls of Lecce, in summer. Or the infinite suburbs of Milan. The courtyard and the ringhera.
The smells and the colours
I see again the children, infinite children, playing in the street. Tyres. Animals. Ground and sand where to keep on rolling. In these moments we wonder how it is possible this terrible wound of history in our common sea.
It’s enough to look at the cement and at the red sloping roofs of settlements. Perfect spaces, clean and tidy like a bank. Right like a bank.
I speak and wonder which is the space for desire. A secular and open society, learned and curious, which finds itself pushed into the absolute absence of justice and hope. A society bended in the devotional drift. School classes in this little village are not mixed. We are asked to work separate.
More and more.
We are working in Samaria. The parable of Jesus of the Good Samaritan tries to explain who is the neighbour that we have to love.
“A man was going from Jerusalem to Jericho, when he fell into the hands of robbers. They stripped his clothes off, beat him and went away, leaving him half dead. A priest was going down the same road, and when he saw the man, he passed by on the other side. So did a Levite, when he came to the place and saw him, passed by on the other side. But a Samaritan, that was travelling, while passing near the man, and seeing him, was moved to pity. He went close to him and bandaged his wounds, pouring oil and wine on them. Then he put the man on his own donkey, took him to an inn and took care of him. The next day he took out two silver coins and gave them to the innkeeper. ‘Look after him,’ he said, ‘and when I return, I will reimburse you for any extra expense you may have”.
Ahmad is a Palestinian whom we already worked with three years ago in Jordan. Also this year we have worked with him in Amman, he is a good actor with many perspectives in front of him for this hard work. The festival of Ramallah managed to get a visa for one week, for our performance with him. And yesterday evening he arrived in Palestine. Ahmad, a Palestinian, today sees, for the first time, his land, at dawn.
He is a strong guy, huge. He is playing the role of Jesus in a docu-fiction for National Geographic and we can say that Ahmad, young Palestinian actor, impersonates the most famous Palestinian man of history (of the Western world).
Here, in Sebaste there is an ancient Roman theatre, this town was called Augusta, and maybe Italo Calvino has written about it, about its clear descent from the dominion of the emperors. A group of school children visit the Roman ruins, some Israeli tanks appear out of the hills, they protect a new settlement which is expanding. The little girls, evidently used to the “ordinary” terror, lowered their gaze.
The settlements, obsessively, remind me of western movies.
Western, as we know it, means Occidental.
A fact that maybe we don’t remember well enough.
Cranes, bulldozers and armoured war cars arrive. They take a hill dominating the valley around. If there is a village of eight hundred-one thousand people, they evacuate and confiscate it. The built houses are given to the waves of immigrants coming from all over the world. I wonder if it is possible for all this to happen in Brianza, for instance. The settlements are an inhuman abuse, I have met tens of men and women who brought stories, dreams, songs. They all have a story of expulsion, of mourning, of violence suffered for 60 years. It is hard, it is damnedly hard to speak about peace in these places.
And my theatre tries to do that.
And I look for the words of Capitini, Dorso, Rossi Doria, of Danilo Dolci. And I wonder how peace is possible without justice. I wonder how theatre is possible without humanity, without a deep sense of doing.
Adorno wondered how it was possible to write poetry after Hiroshima and after Auschwitz. When I was a child, at the primary school, they used to teach me poetry by Salvatore Quasimodo which says “and how could we sing, with the enemy’s foot on our heart?”. And Brecht – that we used in Ali, our first performance, sixteen years ago – wonders “what time has become this, if speaking about trees has almost become a crime?”.
Well, I don’t understand how it is still possible to write poetry, with this deep injustice that continues and that can only produce disasters and desperation.
And yet.
And yet perhaps right in this desperation, women and men can still find a last leap of humanity.
I speak, I speak about Gilgames and of how his telling to others, his telling about himself, makes him immortal.
Everything combines in the miraculous waiting for words, in an almost childlike unravelling of gazes, in a silence that asks, continuously and insatiably asks: Will you come back? Will come back again?
Certainly, we would like.
We would always cross these frontiers.
Fabio Tolledi
Peter Greenaway
![Bruno%20Brancher[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/06/bruno20brancher1.jpg?w=256&h=190)
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14 May 2010 roads and desires – appunti di viaggio di un teatro in palestina
teatri abitati al teatro paisiello, lecce
L’appuntamento Roads and desires – appunti di viaggio di un teatro in Palestina, ripercorrerà i momenti più significativi del viaggio che Astràgali Teatro ha recentemente compiuto in Palestina. Qui, nei villaggi di Sebastia, Nasfjibil, Asyra e a Ramallah Astràgali ha realizzato workshop, incontri, spettacoli, interventi performativi. Alla presentazione, a cura del direttore artistico Fabio Tolledi, seguirà la proiezione di un video, realizzato da Astragali, che si diramerà attraverso le immagini delle persone, delle danze, dei canti, delle memorie incontrate in questi luoghi, dei volti e delle storie dei ragazzi, delle donne dei villaggi. Immagini che sono testimonianza diretta e sofferta di questi luoghi, di questa terra bellissima lacerata dal conflitto e dall’occupazione.
Ingresso gratuito.
INFO: 0832-306194 3209168440
PER RICORDARE IL 62° ANNO DELLA NAKBA
OSSERVATORIO PALESTINA PROMUOVE
LA TERRA DELLE ARANCE TRISTI
LUNEDI 17 MAGGIO ORE 18
RISTORANTE ARABO AMIR – VIA SANTA CHIARA 25, NAPOLI
Un percorso di immagini, racconti, testimonianze e letture di autori palestinesi per ricordare la Palestina da prima della Nakba ai giorni nostri
con Omar Suleiman e Dalal Suleiman
***
una serata di musica per ricordare mio fratello Basem che avrebbe compiuto 50 anni
Mercoledi 12 maggio ore 21, caffè arabo, piazza bellini, Napoli
con Daniele Sepe
Gianluca Campanino – Oud
Francesco Paolo Manna – Percussioni 

Astragali
LA LORO INDIPENDENZA /LA NOSTRA DIASPORA “NAKBA”
In questi giorni i territori palestinesi occupati sono chiusi perché gli israeliani festeggiano i 62 anni “dell’indipendenza”
![Orange+lovers+1984[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/04/orangelovers19841.jpg?w=253&h=300)
http://growinggardensforpalestine.blogspot.com/
![250px-Sebastia_vill[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/04/250px-sebastia_vill1.jpg?w=250&h=187)
Dalla MadreTerra_Palestinese - R. Matarazzo
Astragali
Shepard Fairey
Dal seno di Era, La via lattea. R. Matarazzo
![180px-Paul_Lincke_(timbre_allemand)[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/04/180px-paul_lincke_timbre_allemand1.jpg?w=180&h=183)
Bassel Aklouk![Art_Aklouk[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/04/art_aklouk1.jpg?w=171&h=222)
![Race[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/04/race1.gif?w=300&h=175)
The Shadow of the Theatrical Text
The Light of the Theatre Performance
According to the latest performance theories, ancient drama, Aristophanes’s comedies and Lysistrata in particular, has been approached from many and varied perspectives (e.g. feminist, anthropologist, psychological). We have therefore seen substantially different presentations by famous or unknown directors from all around the world. That is why the challenge every time for the spectator is not to see a very experimental or classical performance, but to be emotionally touched according to aesthetic and theatrical criteria. In our global society with its spectacularisation of theatre due also to the influence of television, proposing an authentic and experimental approach to any classical text, as in the case of Astragali’s production of Lysistrata under the direction of Fabio Tolledi, is clearly a revolutionary act, an answer to the cultural alienation which characterises our time.
A theatrical text is different from any other literary text (e.g. novel, poetry). Its meaning does not exist from the beginning, the moment when the author writes it, but it is produced and becomes when the communication by the complicity of actors on stage and the audience during the moment of live performance. The scenic show is a codified semiotic system based on the written text, but more developed and extended (sometimes also changed) due to the director’s personal mediation, actors’ acting and other artistic collaborations (scenography, music, etc.). The public is asked in each performance to approach its meaning and find the artistic value including the author’s message and not only that. It means that every performance is different from any other one before or after, and the spectator of the same dramatic text finds another reason to approve or disapprove its scenic message.
Theodore Grammatas
Professor of Theatre Studies
University of Athens
![4866405[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/04/48664051.jpg?w=430&h=286)
gaetano fidanza Dice:
R. Matarazzo Visione metropolitana
![folklore_palestinian2[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/04/folklore_palestinian21.jpg?w=300&h=233)
lasciamo amman.
iniziamo il viaggio per la palestina. controlli continui.
transiti disperati. tante volte negati
alla frontiera ripetizione continua delle procedure: si ripetono le domande (sempre piu` strane) si ripetono le file in attesa di superare il controllo. mostriamo il passaporto 6 volte (alcuni di noi molte di piu`) e questo fa impressione perche` alla fine rimaniamo sempre nello stesso luogo, controllati da ragazzine in uniforme israeliana che scherzano tra di loro, ma che hanno un atteggiamente arrogante e violento con tutte le persone che chiedono un visto per la palestina. sono queste ragazzine e ragazzini di non piu` di sedici anni che fanno gli interrogatori, che decidono di lasciarti passare, che ti urlano in faccia.
passaporti che girano di mano in mano, persone che passano da ufficio a ufficio.
un uomo con un bambino che doveva andare a ramallah a trovare suo padre in fin di vita viene mandato via all`ultimo controllo.
siamo passati. saliamo su un altro autobus. ancora controllo del passaporto. gerico.
Appare un`umanita` possibile. la terra. le montagne si dispiegano. bambini che giocano,
Arriviamo a Sebastya SETTORE C, vuol dire settore a controllo israeliano
mi domando come sia possibile parlare di perdono.
il lavoro che ci aspetta sara` molto duro
omar suleiman Dice:
aprile 2, 2010 alle 8:40 am |
RITORNARE BAMBINI….
che sensazione splendida ritornare bambini….a maggior ragione quando questo e’ il risultato del ritorno in un luogo amato e desiderato..
dieci giorni in Giordania con gli amici degli astragali sono stati una depprerssione…
da tre giorni in palestina molto spesso torno indietro negli anni ; quando ero bambino…correre nei prati..odorare e mangiare le profumatissime foglie di finochietto selvatico..pulire i carcodi selvati e mangiarseli crudi…svegliarsi all’alba per arrampicarsi in montagna per raccogliere il timo selvatico…(Zaatar)con il suo profumo che stordisce…ritrovare i comagni della scuola elementare..(era uno solo per la verita’..perche eravamo solo in due in classe)…tornare nella casa vecchia dove s’e’ nati…o nella scuola dell’infanzia….o camminare nella terra dove mio padre ha fatto uscire la terra cone le mani nude ed ha piantatato gli alberi di ulivo che ora sono grandi e danno frutti buonissimi….Grazie Palestina per questi splendidi piccoli e preziosi doni…
Astragali
lenia gadaleta Dice:
marzo 30, 2010 alle 6:57 am
martedi 30 Lysistrata è passata ad Amman, nonostante i problemi tecnici ha portato il riso in una etereogenea platea un pò araba un pò italiana. Ascoltare il diverso riso e riconoscerlo, esperienza per certi versi inebriante. Un riso che a volte non trovava lo spazio per esplodere, questo mi fa riflettere che abbiamo ancora molto da lavorare sul lasciare respirare i corpi che vengona a noi e creare delle dilatazioni possibili senza rompere il ritmo.
Resta la sensazione piacevole di un cuore più aperto e disponibile agli altri e questo vale la pena di tutto
Astragali![baubo[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/03/baubo1.jpg?w=300&h=273)
“forse resta da pensare il riso come resto, appunto. cosa vuol dire ridere? che cosa vuol ridere?
si, si, è proprio questo che fa ridere. e non si ride mai da soli, dice bene Freud, non si ride mai senza condividere un pò la stessa rimozione”
Jacques Derrida, UlyssesGramophone
![zeus[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/03/zeus1.jpg?w=300&h=263)
iula marzulli :
marzo 25, 2010 alle 6:43 am |
tracce I
Il lavoro di una compagnia richiede molta cura, molta cura nel tenere occhio e cuore aperti
nel considerare le proprie debolezze, paure, solitudini alla luce di una possibilità di apertura, nell’essere disponibili, disponibili e pronti.
Il lavoro di una compagnia sta nel tempo della bellezza, un tempo che non ha le misure del tempo umano ma è altra misura, altro segno che slarga, sconfina
Lì dove la bellezza conserva, serba, la sacralità della vita stessa
se ancora vale qualcosa, se ancora siamo capaci di richiamarla a noi
qui dove tutto si disperde dentro il tempio del soldo (nella doppia accezione di soldo/ soldato), della convenzione, del pensiero marmorizzato, omogeneizzato
I tempi di questo difficile consorzio umano si dilatano o si concentrano con un movimento di contrazione e dilazione che ha tutto del movimento del cuore.
Adesso è il momento di spiccare il volo, di lanciarsi al di là del muro
proprio qui, proprio ora
nonostante tutta la tristezza che ti divora, nonostante la rabbia, nonostante te e me
Siamo adesso in un tempo che si contrae che porta nel biancore scalcinato dei muri di Amman i segni della gente che passa, dei turisti candidi, degli uomini dagli occhi neri, dei nostri cari paraolimpionici dal sorriso che mi snuda, della povertà, dei gatti dal pelo smangiato, del saluto della venditrice di camomilla di cui continuamente immagino la bocca, degli anatroccoli che non sanno di essere pasto, del tuo passo
che da lontano seguo con le labbra arse da quest’aria bianca
una voglia miei cari compagni, una voglia di correre fino a che il pianto non si trasformi in riso
un desiderio di poter riuscire a trovare una via che dia luogo all’esserci di ciascuno di noi, con la sua infinita variante e col suo difficile portato
Il desiderio di poter portare immagini che siano pasto, questo sì
pasto per gli occhi
cosa è questo fare teatro?
Cosa è ora il teatro?
una tenda aperta al sole del deserto
un deserto di sabbia un deserto di case infinite che si rincorrono per le colline
un deserto di stantia aria leccese
un deserto dove improvvisamente nasce una rosa
in questo modo dis-umano ci barchiameniamo per portare l’immagine di noi stessi svincolata dal nostro essere noi, un corpo che si lascia attraversare dalle mille e una notte storie
un corpo che scornicia che esubera che ramifica
che arriva che cerca un modo di inventare un nuovo modo
se ne siamo capaci
se siamo capaci di pensare che è possibile trovare un nuovo modo se si vuole vivere
e quello che posso darti è quel poco che so
e questo è lo spazio
proprio ora proprio qui
francis leonesi :
marzo 25, 2010 alle 7:00 am | 22 mars Like a birdThis morning on the way to the theatre we go there by pullmino (a little bus just for us) I saw a man hanging a birdcage at the entrance of his shop son canari accueille les clients salue les passants and life’s just a little more pleasant
questa stretto lembo di terra che non ci vuole
chiede di aspettare, non chiedere, riuscire a guardare
![107-292x390[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/03/107-292x3901.jpg?w=224&h=300)
omar suleiman Dice:
marzo 24, 2010 alle 4:26 pm |
APPUNTI DI VIAGGIO PRIMA DEL ………VIAGGIO
Sabato 5 dicembre 2009
Proveniente da Amman sono arrivato al ponte Alenby sul Giordano che dovrebbe essere la frontiera tra i territori dell’Autorità palestinese e la Giordania secondo gli accordi di Oslo, invece è sempre più controllato dall’esercito israeliano. Sembrava l’inferno sulla terra! Una folla indescrivibile di donne, bambini, anziani, qualche disperato turista straniero,che però ha dei percorsi diversi dai palestinesi, più comodi e meno stressanti. Ci sono molti pullman di pellegrini palestinesi che tornano dalla Mecca, cosa che aumenta la confusione con tutto il loro carico di valigie, pacchi regali, c’è qualcuno che porta delle stufe a gas, forse costano meno in Giordania. L’ultima volta che sono passato da qui c’erano meno sportelli e meno file inutili, ora dappertutto ci sono dei soldati che hanno massimo 18 anni, i loro superfucili mitragliatori sono più alti di loro. La cosa triste che spezza il cuore è che loro non si degnano neanche di gridare gli ordin in quel modo volgare e arrogante “asini, animali..mettetevi in fila due a due..”, ma lo fanno fare ad altri palestinesi che lavorano li come facchini e personale di pulizia.
In certi momenti quando si prolunga l’attesa sembra che il cielo cada sulla terra, donne che si lamentano, bambini che gridano, soldatesse arroganti che in un arabo storpiato strillano a squarciagola alle donne di far stare zitti i bambini. Grazie alla mia faccia che può dire tutto meno che sono un turista, mi sono messo in mezzo a questa folla. Volevo sentirmi come loro, volevo capire. Il sole era forte e la dila era ancora all’esterno in attesa di scaricare il bagaglio dagli autobus. Giravo intorno con gli occhi e attira la mia attenzione una macchina super lusso sulla quale è scritto “servizio Vip” che si ferma di fronte a noi. L’autista scende con i documenti del passeggero per mettere i timbri sul passaporto dell’illustre personaggio, i nostri sguardi si incrociano, ci conosciamo, lui gira la testa dall’altra parte e fa finta di non vedermi e non riconoscermi. Sembra che neanche tutta quella folla di disperati esista: era Nemer Hammad, ex rappresentante palestinese in Italia, oggi uno dei personaggi importanti dell’Autorità Palestinese, molto vicino al Presidente Abu Mazen. Ho sentito una lacrima calda scorrermi sul viso, perché questa gente è così abbandonata da dio e dagli uomini, che entrambi voltano la faccia per non vedere la sofferenza della gente. Perchè una donna anziana sulla propria terra deve pregare un soldato ragazzino estraneo a questa terra per permetterle di andare al bagno o per poter comprare una bottiglia d’acqua? Perchè una rivoluzione si trasforma in un gruppo di persone che collaborano con l’oppressore dimenticando le sofferenze di madri, padri e mogli che hanno perso i loro cari, martiri che si sono sacrificati per la libertà?
Dopo le solite tre o quattro ore di attesa riesco ad avere il mio passaporto con il visto, concesso dallo straniero per poter andare a posare un fiore sulla tomba dei miei amati genitori e abbracciare i miei parenti. Saliamo su un pullman che ci porta a Gerico e ad un certo momento sale sull’autobus un’altro ragazzo soldato, questa volta palestinese, male armato e con una divisa meno brillante e lucida del suo coetaneo dell’altra parte. Ha un compito inutile, visto che il grosso l’hanno fatto gli israeliani. Poverino, deve solo controllare che su tutti i documenti ci sia il timbro israeliano per far ripartire il mezzo, non prima di avermi chiesto perchè avevo il passaporto straniero e non palestinese e quale fosse il motivo della mia visita…sic!
Riesco a rilassarmi un po’ dopo una doccia in albergo a Ramallah, dove mi aspettano i miei amici del Teatro Astragali di Lecce, che portano a Napoli??? un progetto molto bello da realizzare nel mese di aprile nei villaggi palestinesi lontani, dove non arriva nessuno, né dalla cooperazione ,né dall’Autorità. Sono emozionato e contento di fare questa esperienza con loro, di far conoscere e guardare la mia terra con i miei occhi e con le mie emozioni. In due giorni riusciamo a fare un ottimo lavoro di preparazione, ci colpisce molto questa città che non sembra sotto occupazione, come una ciliegia finta, di plastica cinese, messa su una torta di carnevale. Piena di bar e ristoranti pieni di gente, di giovani che sono fuori fino a tardi, moltissime macchine nuove, molti uomini d’affari, palestinesi e stranieri, negli alberghi, ma alle sue porte ci sono i soldati israeliani che in qualsiasi momento vogliono entrare per arrestare qualcuno, lo fanno avvisando l’Autorità. E allora tutto questo sparisce.
L’altra notte non riuscivo a prendere sonno, mi sono preparato e sono uscito facendo attenzione a non disturbare e a non svegliare il mio amico Ivano, compagno di stanza. Erano le 5.30, ho fatto un giro per la città che si risvegliava lentamente, sono finito davanti ai mercati generali della frutta e verdura, mi sono messo lì con una tazza bollente di caffè al cardamomo ad osservare i commercianti scaricare i camion. Che ferita al cuore!! La maggior parte della frutta e verdura, l’80% direi, era in confezioni con la scritta in ebraico ed è stato spontaneo domandarmi se fosse merce proveniente dagli insediamenti intorno la città, merce coltivata dagli oppressori in terre confiscate magari a questi stessi commercianti. Ci rubano la terra più fertile e le fonti d’acqua, costruiscono gli insediamenti e le serre e noi dobbiamo comprare e consumare i prodotti della nostra terra sfruttata da altri? M’è venuto da sorridere pensando a tutti i tentativi di boicottaggio, apprezzabili per l’amor di dio, che si fanno in occidente, ma basterebbe fare un giro qui, nei negozi e nei supermercati, salire sui mezzi di trasporto o andare nelle banche per capire che il lavoro bisogna farlo qui. I negozi sono pieni di prodotti israeliani, perfino il sapone ed il latte, la gente in Palestina usa la moneta israeliana, più di 4 milioni e mezzo di persone danno un contributo importantissimo all’economia dello stato occupante, anche le banche, perfino il bilancio del governo dell’Autorità Palestinese viene calcolato in shekil, la moneta israeliana!
Oggi 8 dicembre i miei amici sono ripartiti per l’Italia, mi sento un po’ solo, ma stasera mi sono fatto avvolgere dal calore degli abbracci e dell’affetto dei miei parenti nel mio piccolo, bel villaggio. Nella testa c’è tanta confusione, rabbia, ma negli occhi tristi nel vedere questa terra martoriata anche un po’ di commozione.
Dovevo incontrare la cantante palestinese Rim Al-Banna, per organizzare un’iniziativa a Napoli, l’ho chiamata ed eravamo rimasti che ci saremmo visti a Nazereth ,durante questo mio viaggio in Palestina , per concordare la data di gennaio 2010.
Ma al mio arrivo al ponte Allenby, al confine con la Giordania, dopo le ore di attesa di cui ho scritto qualche giorno fa, il soldato incazzato dalle mie risposte alle sue provocazioni mi aveva stampato il visto di ingresso solo per i terretori occupati “only for palestinian authority” e questo voleva dire che non potevo andare neanche a Gerusalemme che considerano territorio “israeliano”.
Quando mi sono sentito con Rim, abbiamo trovato un modo per farmi arrivare a Nazareth. Così il giovedi sono passato per Haifa e nel risalire la Galilea siamo passati per una cittadina che si chiamava Hawwaseh e ora non so che cavolo di nome ci hanno messo.
Quando il pomeriggio sono ritornato al mio villaggio ,vicino a Nablus, sono corso nella nostra vechia casa, ora centro culturale per i giovani del villaggio, è una bella casa di pietra bianca di palestina ,un ambiente unico che si poggia su quattro colonne che finiscono in un soffitto a copula come una moschea o una chiesa..il colore allora era blu..con la ristrtturazione del soffitto qualche piccola machia blu è rimasta ancora li..Quando ero piccolo mi stendevo sul pavimento e guardavo il soffitto immaginando il cielo stellato ,e quando era sera mi stendevo sull’erba della terra vicino a casa, guardavo il cielo stellato ed immaginavo il soffitto della mia casa..Anche giovedi pomeriggio mi sono steso sul pavimento e ho fatto volare la mia immaginazione. Mio padre anora giovane avava perso la sua prima moglie che gli aveva lasciato due bambine in tenera età, subito dopo aveva sposato mia madre che era molto giovane, poco più grande delle figlie.
Ho pensato a questi due sposi ,lui giovane, forte, padre di due bambine e lei ragazza sposa, bella con occhi splendidi, neri e grandissimi che non sapeva come fare con queste due figlie che si è trovata in questa piccola casa, con un giardino che si affaccia sul mare della Galilea, si chiamava Hawwaseh, appunto!!! La mattina lui andava a lavorare nelle ferrovie di Haifa e lei rimaneva in casa con le due bambine e la vicina di casa palestinese, il pomeriggio lo passavano nel giardino a chiacchierare cone le loro vicine, ebree, si scambiavano gioie e dolori, pioggia, freddo e sole e non solo. Si scambiavano uova con farina o grano con frutta ed erano gli inizi degli anni quaranta del secolo scorso, quando nasce un’altra bambina e nel 43 il primo maschio. Nel 1948 mia madre era incinta del terzo figlio quando hanno dovuto abbandonare Hawwaseh , per rifugiarsi con mio zio e la sua famiglia, non all’estero come sono stati costretti tanti, ma nella cittadina di Burqa e poi nel villaggio di Nisfjbil, dove oggi hanno trovato sepoltura.
Ho pensato come sarebbe ora la nostra vita se fossimo rimasi lì in quella piccola casa che tra l’altro esiste ancora, mio padre è morto sognando di poterla solo vedere un’ ultima volta. Saremmo sparsi in tanti paesi come lo siamo ora? La famiglia dei nostri vicini ebrei sarebbero rimasti lì ancora?..e io? Cosa starei facendo ora…laureato, pastore o pescatore? Insomma ho immaginato un’altra Palestina, senza posti di blocco, muro, insediamenti e soldati. Meno triste e più gioiosa, con più alberi di ulivo e fiori che colorano montagne, balconi e terreni…
Ora devo correre a casa di mio fratello, mi stanno cercando perché dei parenti vogliono salutarmi. Domani si parte per la Giordania per fare ritorno in Italia
Omar Suleiman – Palestina
![Lysistrata[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/03/lysistrata11.jpg?w=293&h=409)
roberta quarta Dice:
marzo 23, 2010 alle 10:55 am |
DIARIO DI LAVORO DA AMMAN
Alla ricerca dell’animale.
New key words. Extra effort, tonight nothing appears. L’idea di una scrittura pubblica mi frena.
Quello che diceva Fabio rispetto alla questione femminile e alla comprensione profonda dell’autonomia da una produzione di pensiero maschile è cruciale.
A volte si dimentica l’orizzonte di Lysistrata, o meglio la sua azione.
Nient’altro, un’azione che vede chiaro nelle cose, che possa anche essere una cesura, un’inversione, l’impensabile.
Cosa facciamo qui con Lysistrata, con tutte le complicazioni che comporta, con questa ostinazione che a volte si schianta?
Che cosa è ridere? Che cosa può produrre una risata? Una esplosione di vita.
Iula Marzulli Dice:
marzo 23, 2010 alle 10:56 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN(…) Concetto di epimeleisthai, “prendersi cura di se stessi”. I problemi posti sono due, a) che cosa sia il sé di cui si deve prendere cura, e b) in che cosa consista questa cura. In primo luogo, dunque, che cos’è il sé?
“Sé” è n pronome riflessivo, e ha due significati: Auto, significa infatti “il medesimo” ma veicola anche la nozione di identità. Questo secondo significato fa sì che la domanda si sposti da: “che cosa è il sé” a “su quale piano troverò la mia identità?” da Michel Foucault “tecnologie del sé”
Eleonice Mastria Dice:
marzo 23, 2010 alle 10:57 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN
Un senso che si rinnova per questa nostra Lysistrata araba. Tutto è rimesso in discussione. Si trasforma. Lysistrata indosserà abiti nuovi.
Lavoro sui canti come priorità, come necessità di arrivare a chi ci guarda nonostante le eventuali difficoltà linguistiche. E’ molto interessante farsi accompagnare in questo viaggio con persone di cui non possiamo vedere il volto, ma possiamo leggerne le parole.
Siamo in attesa di scoprire e definire questo gruppo di lavoro.
E continuiamo ad interrogarci intanto sul femminile, sulla comicità, sull’oscenità del potere e su cosa significhino in questi luoghi queste parole.
Ritorna l’imperativo di far ridere ed è questo che dobbiamo continuamente tener presente.
Serena Stifani Dice:
marzo 23, 2010 alle 10:58 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN
Avvertire l’essere doppio di questo lavoro, che l’essere doppio è proprio la sostanza stessa di questa Lysistrata.
E il doppio entra en tutta le parti del lavoro, si costituisce quasi come “metodo”.
Proprio ieri dicevamo le nostre parole-chiave. Due. La prima, la parola-chiave del nostro sentire in quel momento, del nostro intimo anche.
La seconda, su richiesta di Fabio, che ci chiamava a uno sguardo più complesso e comprensivo di tutto, diceva invece di un’apertura verso il mondo, il senso di fare Lysistrata qui.
E le parole-chiave potevano ancora sdoppiarsi in un movimento infinito, nell’atto mancato che ogni parola porta con sé, la disseminazione di ogni parola o invece nel nuovo sguardo che traccia altro senso.
Ma doppia è questa Lysistrata. Doppia è la comicità. Doppia è l’oscenità.
Come fare che questo doppio non diventi contraddizione impraticabile?
Doppia è la comicità, come dice Agamben riferendosi alla Commedia di Dante: “la distanza antitragica tra attore e ‘persona? Diventa qui scissione ‘comica’ tra natura umana (innocente) e persona ( colpevole)… per questo, mentre la commedia – che rifiutava l’identificazione col prosopon, tanto più che essa aveva al suo centro la figura del servo, cioè dell’ apròsosòs per eccellenza – ha conservato nella cultura moderna la maschera, la tragedia ha dovuto necessariamente sbarazzarsene. Chi compie il viaggio nella Commedia non è un soggetto, un Io in senso moderno della parola, ma insieme una “persona” e la “natura umana”.
E qui sarebbe importante capire la funzione della comicità per la critica, sarebbe importante perché all’attore comico, al folle, al giullare di corte è delegata la funzione del dire la verità ( Re Lear di Shakespeare) e come noi ci poniamo ora, con questa consapevolezza, in questo contesto.
E’ doppia l’oscenità: oscenità del potere ( e anche in questo si schiude un doppio) oscenità della bellezza.
Da le mille e una notte , la verità è in molti sogni, non in uno solo, la verità è nei sogni di molti, non nel sogno di uno solo.
Antonio Palumbo Dice:
marzo 23, 2010 alle 11:12 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN
“ La mia vita continua.
Il vento volge i miei giorni sul duro
Sentiero, me e la mia gente,
ci accolgono ai bordi
roccia, spine e croce,
la mia vita con la mia gente continua.
dietro il fiume boschi di brune lance
si scuotono e crescono
e la furia della tempesta
svela il mistero e dona al mondo drago
il segreto delle parole
strepiti e burrasche
fiamme e scintille
bruciano i passanti sul duro sentiero
e a gruppi le vittime
in un solo abbraccio cadono
in una morte fraterna
e la notte, per lunga che sia,
genera ancora astri che seguono i passi del sentiero.
L’oscurità è stelle
La mia terra è melagrana, zampilla sangue
Mormora
E la mia vita continua,
la mia vita continua.”
Fadwa Tuqan
A coloro che sfiorammo
A color che sfioreremo
Al loro dolore, per amare della bruciatura
Manuela Mastria Dice:
marzo 23, 2010 alle 11:13 am | DIARIO DI LAVORODA AMMAN
Dalla luna mi è caduto
un biglietto d’amore
e, incanto per gli occhi,
ha offerto la sua luce.
Bello a vedersi
La sua bellezza raddoppia
quando ne leggi le parole
che sono altrettanti fiori.
Signor mio tieni pronto l’elogio funebre di un uomo il cui cuore si è fermato fra le tappe della commozione e quella della diffidenza.Aprire fino al punto in cui non c’è più confino tra te e me, non c’è più confine. Essere un canto piccolo e feroce. Un rimprovero necessario per richiamare le nostre mancanze. Per farla uscire questa vita che sanguina dagli occhi. La parola chiave è cazzuto, che è penetrare, essere uomo e donna, accettare il gigantismo della procreazione, l’eccesso che ci abita. Priapo e il suo fallo enorme, le falloforie e l’abisso. Non ritirarsi verso il proprio segreto. Verso la propria ambiguità.
Francis Leonesi Dice:
marzo 23, 2010 alle 11:14 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN
Primavera
Eccò, ci siamo here we are JordAmman it’s Jordan man to me Aman looks like a long no ending highway ( to heaven ?) with a hord of houses ( ten thousands beneath the trees) and huge buildings on each side you do need a car here no romantic passeggiata in the good ole historical hysterical city la nostalgie n’est plus ce qu’elle était ! yesterday we started the training back to the collective exercices for me damned good ! primavera chi prima verra riderà vero ?
Lenia Gadaleta Dice:
marzo 23, 2010 alle 11:15 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN
Questo luogo che non conosciamo,
che non guardiamo se non per brevi passeggiate o sbirciando fuori dal finestrino del pulmino…
hotel teatro
teatro hotel
l’incontro è coi volti
e con i racconti di chi ha scelto di percorrere con noi giorni strani dal tempo dilatato
la nostra storia in una sola parola
intrecciata contemporaneamente a Lysistrata
qui abbiamo scoperto che anche gli animali parlano lingue diverse
miao, miau, miu
bau bau, au au, huf huf
chicchirichì e cocoricò
Gaetano Fidanza Dice:
marzo 23, 2010 alle 11:15 am | DIARIO DI LAVORO DA AMMAN
Siamo chiamati ad un lavoro molto difficile in questi giorni.
Viene a mancare la comunanza linguistica tra noi e i nostri interlocutori e così il lavoro comico non può non essere che lavoro di corpo, di suono, di ritomo.
-lavoro sull’immagine anche-.
Relazione con chi guarda e capacità di variazione.
![755x138.storia[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/03/755x138-storia11.jpg?w=450&h=82)
quando una compagnia di teatro parte…
è usuale per una compagnia di teatro caricare e partire. le compagnie si chiamano di giro, partire è il momento ordinario dell’avventura straordinaria del fare teatro.
ma questa volta è diverso, è sicuramente diverso.
in questi anni abbiamo conosciuto luoghi che ci hanno profondamente cambiato, che hanno aperto il nostro orizzonte e hanno cambiato il baricentro del nostro mondo.
negli anni ‘80, quando ho iniziato a fare teatro, che ho iniziato a studiare teatro in quella che fu la nostra università, il terzo teatro, l’antropologia teatrale che qui aveva un punto di riferimento ci insegnava che questo Salento era un luogo delle perdute origini del fare teatro, luogo da cui passare, che non si poteva incrociare di passaggio, luogo verso cui un poco andare per trovare quelle tracce tra oriente e occidente, periferia infinita o botola della storia (per dirla ancora una volta con Bodini), la nostra signora dei turchi era una madonna del migrante (Bene) o il corpus domini celato dal drappo viola (Barba). Ecco, il teatro della fine del secolo scorso era la memoria ferita e tradita del migrante che in sé, nel proprio corpo segna la ferita dell’abbandono della propria terra, non il segno della resistenza.
A partire dalla metà degli anni ‘90 abbiamo capito che il pensiero meridiano ci imponeva di pensare a partire da noi, dalla nostra condizione concreta, di una terra concreta e violata. E abbiamo fatto di questa Salento il luogo molteplice di un teatro possibile. È il mediterraneo, questa terra.
e allora abbiamo cominciato a girare tra pari nella terra crosta sorella. La Grecia prima di tutto. Non la Grecia antica, ma la Grecia contemporanea e antica nel contempo, nel tempo condiviso proprio del teatro dell’ora e qui. Tra queste MINNE VAGANTI che l’industria dello spettacolo ci dona, tra questi grandi eventi che inaridiscono questa terra, tra i musicisti divorati dallo star system che tutto rende uguale e consumabile, tra un DE-MARTINI di questo Salento da bere, che senso ha cercare di scovare il senso del teatro, il senso di una comunità impossibile, inconfessabile, impraticabile?
Che senso ha dunque, ancora, oggi, partire, da qui, con il proprio teatro?
“Fatevi dare un teatro” esortava l’Antonio Verri in Fate fogli di poesia. E allora alla Grecia, vera e senza vesti o vestali abbiamo aggiunto l’Albania, il Kosovo, Cipro, la Siria, il Libano, la Giordania, la Francia, il Marocco, la Spagna. e dovunque abbiamo trovato gente che chiedeva, che domandava al teatro quello che mai avrebbe potuto trovare dentro un televisore, al cinema, in una sede di partito, anche in una università.
Perché quello che accade in un teatro vivente è l’incontro tra donne uomini. Perché quello che accade in un teatro è la vita.
Questo strano percorso ci porta oggi ad incontrare la Palestina. la terra da cui viene Gesù Cristo, il luogo dove una ingiustizia assoluta ha luogo da più di sessant’anni.
un luogo dove la buona coscienza dell’Europa ha pagato il proprio debito con la Shoah. Vi pare strano il termine shoah in arabo si dice nakba: la catastrofe. Lo stesso termine indica il progetto di genocidio nazista e la perdita della terra e il progetto di genocidio nelle terre sante.
migliaia di profughi, migliaia di morti.
E noi con il nostro teatro, andiamo a raccontare le nostre storie lì. Lì dove la storia soffre. Lì dove il Mediterraneo sanguina. Lì dove il povero Cristo si è sacrificato. Dove i poveri cristi, a Gaza, vivono in condizioni disumane, dopo una aggressione militare che ha massacrato centinaia di donne e uomini e bambini. Lì dove un muro di 480 chilometri viene costruito, dopo il muro di Berlino, contro il muro di Berlino, contro la falsa coscienza del democratico occidente, del nostro caro near-west.
E lì porteremo Perse. dopo averlo fatto sul mare del CPT Regina Pacis di San Foca, dopo averlo fatto vicino al muro che divide Nicosia tra parte Greca e Turca, parleremo con parole incomprensibili, con le parole di Jean Genet che parla di Sabra e Chatila, campo profughi di palestinesi, dove miglia di donne, bambini e anziani furono massacrati. E Genet ci diceva parole della bellezza, della resistenza della bellezza, del cuore che batte e riesce a cogliere la bellezza anche dentro la distruzione. Bella come una ragazza palestinese che ride. questo è il viaggio di un piccolo teatro, che viaggia da solo. Un piccolo teatro che come dice Testori, a noi scarrozzanti, scopre continuamente che la funzione del teatro sta alle radici dell’indicibilità
Fabio Tolledi![4b867d7ec9039da3948fad3267731899_069[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/03/4b867d7ec9039da3948fad3267731899_0691.jpg?w=233&h=300)
Ho sopra riportato il commento di Fabio Tolledi al post sul progetto “Roads and Desires”. Un testo che porta a tante riflessioni e testimonia tutto un approccio all’arte, al teatro, alla vita, all’altro (noi stessi) che si fa forma di resistenza, esigenza di “dare senso” in tempi di simulacra e imbonitori spietati. Un testo/mappa che propone una geografia poetico-esistenziale a me particolarmente cara (Bodini-Bene-Verri…), di pensieri “meridiani” che ci ricongiungono ai luoghi del sempre.
Ripropongo una mia poesia scritta dopo un incontro con Roberto e mio fratello Doriano e a entrambi dedicata (l’essere andato via è vissuto a volte con senso di colpa; in loro ritrovo quello che mi sarebbe piaciuto fare se fossi rimasto).
Poeti
Vi vedo in foto libri fuori stampa
uomini con barbe nere occhio brillo
donne scintillio di passioni fresche.
Allora conoscevo appena il nome
tutto sembrava succedere altrove,
mentre voi uno ad uno morivate
giovani come polipi sbattuti
sulle rocce di Badisco, sbranati
dalla vertigine di un altro volo.
Avrei voluto vedervi invecchiare
allegramente preparare il viaggio
a Leuca con cappelli a larghe falde,
vi leggo invece nelle ore tarde
scandaglio di questa striscia di terra.
A.L.
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Lysistrata online:
in
Lisistrata - Roberto Matarazzo
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![001[1]](http://neobar.files.wordpress.com/2010/03/0011.png?w=150&h=136)